XX – ed.2016

XX – ed.2016

Prima di iniziare con il racconto una breve introduzione esplicativa

n.d.r. Su suggerimento di un’amica che aveva letto l’originale XX del 2009 ho deciso di partecipare al concorso letterario di quest’anno dell’ArciGay di Verona mettendo pesantemente mano all’originale.
Dopo molti mesi di attesa a causa di alcune vicissitudini degli organizzatori, è stata fissata la premiazione e sono arrivati i risultati. Sono arrivato quarto!
Un bel cucchiaio di legno di cui sono molto soddisfatto a dire il vero.
Spero piaccia molto anche a voi questa nuova versione.

Iniziamo…

Non ricordo di aver mai avuto voglia di essere madre nella mia vita, sarà perché sono la quarta di cinque sorelle, ma non ho mai sentito quel sentimento materno di
cui fin da piccola mi parlavano le mie mamme o le mie nonne. Le mie sorelle crescendo alla fine hanno trovato la loro compagna e sono tutte diventate madri a loro volta.

Eppure quindici mesi fa ho preso una decisione che mi ha cambiato la vita in un modo che non avrei mai immaginato potesse fare.

La mia compagna Rebecca è una stilista di moda affermata e tutto il tempo libero che ha lo dedica a noi due. Ci siamo conosciute ai tempi dell’università, lei all’epoca studiava ancora giurisprudenza, come le sue mamme le “consigliavano” di fare, ma si vedeva che non era quello che voleva. Lei disegnava sempre e le piaceva la moda, così io una volta le presi uno dei suoi bozzetti e grazie a mie conoscenze trasversali relative al mio hobby dei GDR fantasy, riuscii a farlo arrivare ad una mia cadetta di Sword Air Online che nella vita reale era una manager della nota marca di moda panasolare Guffi.

Inutile dire che da lì le si aprirono diverse opportunità. Inizialmente le offrirono di pagarle corsi di studio, poi le fecero fare la tirocinante in diversi atelier. Infine con suo grande impegno e determinazione è arrivata ad essere una delle migliori stiliste nel nostro sistema solare.

Quell’impegno però le costò tanto e anche se negli ultimi periodi non me ne parlava mai apertamente io la vedevo sempre un filo triste, come se le mancasse qualcosa. Lo sapevo che le mancava fare la madre, parlava di avere una figlia da che ne ho memoria.

Mi sono sempre sentita orgogliosa di lei, di essere sua moglie e di sostenerla in tutto, senza mai però metter da parte la mia passione di programmatrice informatica. Questo continuare a pensare alla tristezza di Rebecca, ha creato in me una certa sensazione, come di stare togliendo qualcosa alla mia anima gemella, una donna che amo ancora adesso come fosse il primo giorno. Quei suoi occhi verdoni, con il suo viso affilato ma non troppo, i capelli non troppo ricci e biondi. Se solo chiudo gli occhi posso vederla ancora come in quel giorno in cui ci siamo conosciuti, radiosa mentre entrava in biblioteca per studiare.

Nei giorni seguenti, dopo aver preso la mia decisione, la invitai fuori a cena in uno di quei ristoranti etnici che le piacciono tanto e alla fine le dissi: “Rebecca, ho deciso di partorire nostra figlia.” Sono bastate quelle parole per farla piangere a dirotto come non capitava da quando le chiesi di sposarmi. Il suo abbraccio era così emozionato in quel momento ce se ci penso mi assale un brivido.

In quegli istanti un gigantesco peso si era tolto tra di noi. Poche settimane dopo eravamo alla clinica della fertilità dove ci estrassero diversi ovuli a testa e iniziarono a fare i loro test per le possibili miscelazioni geniche tra i nostri genomi in modo da ottenere il risultato migliore per la nostra bambina.

Per poter effettuare l’impianto definitivo però dovevamo avventurarci in una serie di passi burocratici che spesso ci tolsero il sonno. Il nulla osta di concepimento, i permessi di maternità cittadini e dalla mia azienda, la scelta dell’ostetrica e le domande alle varie scuole visto che le liste d’attesa erano belle lunghe.

Appena mi inserirono l’ovulo, qualche settimana dopo, dissi: “Già fatto?” e le varie infermiere della clinica della fertilità si misero tutte a sorridere mentre la dottoressa con faccia corrucciata disse: “Guarda che io ho inserito uno o due grammi roba ma tra nove mesi ne dovrai far uscire circa tre chili e mezzo.” Tutte scoppiammo subito a ridere di gusto. Quella risata mi aiutò a buttare via le ansie burocratiche che avevamo affrontato.

Dopo i primi giorni dall’impianto mi sentivo bene, ma qualche settimana dopo, iniziai a soffrire un po’ di nausee mattutine. Sentir crescere quella bambina dentro di me mi stava donando un calore che non mi ero mai immaginata. Mi ritrovai spesso a pensare che alla fine forse avessero ragione le mie mamme e le mie nonne. Rinunciare a questa esperienza è qualcosa che nessuna donna dovrebbe fare. Anche il legame con Rebecca era più forte, la sentivo più vicina a me e condividevamo ancora più momenti intimi.

Verso il 4 mese di gravidanza con Rebecca andammo a fare un’ecoscansione di routine come altre già fatte in precedenza. Il protocollo medico per le nascite è alquanto rigido e i controlli sono ben scadenzati e strutturati.
La visita è iniziata normalmente con la nostra ostetrica che mi ha fatto sdraiare e poi inizia a descriverci cosa stiamo vedendo nella proiezione olografica davanti a noi.

Io e Rebecca ci tenevamo la mano molto emozionate, poi ad un certo punto vedo l’ostetrica che si alza in piedi, stacca la visualizzazione olografica e inizia a controllare freneticamente una zona dal suo monitor, la mano di Rebecca si stringe fortissimamente alla mia finché non riuscendo più a trattenersi disse con tono angosciato: “C’è qualche problema?” L’ostetrica si girò e disse: “Il feto è in ottime condizioni a dire il vero, non c’è nulla fuori posto, ma…” A quel ma sentii il mio cuore che si fermava per qualche lunghissimo istante. “la vostra non è una bambina ma un bambino.” Il terrore ci avvolse in pochissimi istanti. Un maschio! Quella era una cosa a cui nessuna delle due aveva mai pensato. La legge di procreazione solare è molto rigida e i maschi non esistevano da generazioni e nel caso un feto fosse mutato in maschio questo sarebbe stato fatto abortire, anche contro la volontà della partoriente, e successivamente tolto il diritto di procreazione alla famiglia.

L’ostetrica, vedendoci scosse e assalite dal panico disse: “Se volete un’opportunità di tenervi… vostro figlio… potete scendere dalle scale qui a destra e arrivare al parcheggio blu 25 dove ci sarà un furgone con la scritta ‘Idraulici Karman’. Bussate e dite abnegazione. Alla sicurezza dirò che siete corse fuori dalla paura. Avete ancora qualche minuto, non sprecatelo”.

Non so dire per quanto ci guardammo dopo aver sentito quelle parole. Io continuavo a fissare gli occhi di Rebecca e lei i miei in cerca di una risposta. Misi le mie mani sul suo volto e pochi istanti dopo vidi le lacrime uscirle dai bulbi oculari. Mi stringeva forte a lei. Le mie mani erano bagnate dalle sue lacrime. In quell’istante penso di aver percepito i suoi esatti pensieri, come se fossimo una persona sola.

La presi per mano e scendemmo lungo le scale, sentivo che mi stringeva sempre più forte la mano, potevo percepire il suo battito sempre più agitato, o forse era il mio che mi martellava cercando di scacciare i pensieri e i dubbi della mente.

Una volta trovato il furgone bussammo alla porta posteriore e due donne e un uomo ci aprirono.

Dire che rimanemmo pietrificate a guardarlo era poco. I lineamenti e la corporatura maschile era qualcosa che avevamo potuto vedere solo nelle oloricostruzioni. Vederlo dal vivo, sentirlo e odorarlo, era qualcosa di sconvolgente e che stranamente mi fece pensare a come sarebbe potuto diventare il figlio che portavo dentro.

Fatte accomodare nel furgone ci dissero che erano il gruppo degli Apollo. Ci informarono che non sarebbe stata facile nessuna delle due strade che potevamo percorrere. Intanto il furgone aveva iniziato a muoversi senza meta.

Pensavo volessero convincerci a tenere il bambino e invece a loro importava solo farci capire cosa comportava una scelta rispetto all’altra, cosa avremmo perso o guadagnato in una rispetto all’altra.

La mano di Rebecca continuava a stringermi forte mentre ascoltava molto attenta e concentrata. Io ogni tanto mi perdevo nel guardarla, quasi perdevo il discorso, bella come una stella in un limpido cielo notturno invernale.

Ad un certo punto il furgone si fermò e noi capimmo che era arrivato il tempo di decidere. Ci dissero che scendendo potevamo andarcene a casa oppure entrare nello
spazioporto davanti a cui ci avevano lasciato e prendere la prima ala trasporto per la Luna, c’erano già dei posti per noi.

Scendemmo dal furgone e ci incamminammo senza meta sempre tendoci per mano.

La prima opzione era restare, sapendo bene cosa ci sarebbe successo, le nostre vite sarebbero rimaste come le conoscevamo ma senza più la possibilità di avere figli.

La seconda opzione era partire e cambiare la nostra vita, andando incontro all’incognita di essere aiutati in tutto e per tutto da questi Apollo per i primi tempi, ma con un nostro figlio da poter crescere assieme.

Per un primo momento non parlammo nemmeno, ci guardavamo ogni tanto e basta, poi iniziammo a parlare. Parlavamo e camminavamo. Lo abbiamo fatto a lungo.

Non mi sono mai pentita della nostra scelta, l’abbiamo presa assieme, con forza e coraggio, come mai avevamo fatto prima nella nostra vita assieme. Da quel giorno amo
ancora di più Rebecca e lo ricordo sempre con tanto affetto perché, affrontare quegli eventi ci ha unite come nulla aveva mai fatto prima.

Abbiamo sofferto tanto, abbiamo perso moltissimo, ma siamo ancora assieme qui, noi due, e non vorrei stare con altra donna in tutto l’universo.

Lei è me e io sono lei.

Ti amo Rebecca.

Finché la morte non ci separi.

Io voglio lavorare

Io voglio lavorare

Questo panorama è veramente fantastico e rilassante, colline sullo sfondo che smuovono il paesaggio, altrimenti pianeggiante ma variegato di un ormai quasi anacronistico retaggio agricolo. Le nuvole piatte e raggruppate a in lunghi filamenti vengono splendidamente illuminate dai raggi del sole ormai al tramonto.
Salto
Nella mia vita ho sempre cercato di dare il massimo, rispettando il più possibile le regole, per non avere rimpianti. Ho lavorato duro per imparare un mestiere e poi ho rischiato mettendomi in proprio investendo in una attività di servizi. Dopo pochi anni mi sono pure sposato e ho sgobbato duro per far partire la mia azienda e ho lavorato così bene che sono riuscito pure ad aggiudicarmi i primi appalti statali, merito anche di brave persone che hanno creduto nell’attività e l’anno fatta crescere. Alcuni di questi erano pure extracomunitari, ero titubante all’inizio ma si son dimostrati gran lavoratori, pieni di energie e voglia di integrarsi attivamente nella nostra società.
Proprio in quei primi anni è arrivato il mio primo figlio e la nostra prima casa, i conti faticavano a quadrare, anche a causa delle tasse, però lavorando al meglio siamo riusciti finalmente ad entrare in un fantastico periodo per l’attività. Lavoro, aumento di personale, aumento degli utili che ho deciso di condividere in parte con i dipendenti che iniziavo sempre più a considerare familiari, e infine l’arrivo di mia figlia. Che belli i miei figli, ne sono fortemente orgoglioso, non che non mi abbiano dato grattacapi ma sono sempre bravi studenti e hanno sempre lottato per quello che reputano giusto. Mia moglie poi è sempre stata fantastica, mi ha sorretto e ha capito gli sforzi che facevo per mandare avanti il mio lavoro, si è riuscita a ritagliare uno spazio lavorativo poco più lungo del par time, per poter seguire al meglio i nostri figli. Le devo veramente tanto.
L’aria forte e pungente sulla faccia.
Da quando ho iniziato a lavorare son passati 40 anni, ne ho 58, mia moglie ha la mia stessa età e i miei figli hanno 25 e 22 anni. La crisi economica ha colpito il mondo e noi ne facciamo parte. Questa però non è una scusa ma un incentivo per essere più forti e determinati, o almeno era quello che credevo. Mio figlio sta finendo la specializzazione di lauera, sta cercando lavoro ma al massimo gli vengono offerti lavori a tempo determinato con uno stipendio basso rispetto alle sue qualifiche di ingegnere informatico, sta pensando di andare all’estero ma non vorrebbe allontanarsi troppo per darci eventualmente un aiuto. Mia figlia sta per laurearsi e vorrebbe continuare la specialistica nel suo campo di ricerca nelle biotecnologie, però è spaventata per come viene messa in secondo piano la ricerca in Italia e sta pensando di fare un lungo erasmus in europa sperando di trovare aziende solide. Mia moglie ora alterna periodi di cassaintegrazione a un misero par time una o due settimane al mese. Sono riuscito a far crescere la mia azienda diversificando i clienti ma con la crisi gli appalti per lo Stato hanno preso il sopravvento e ora sono al 65% del fatturato.
Il viso sempre più tirato dall’aria.
Almeno avrebbero dovuto esserlo, poiché da quasi due anni lo Stato non accenna a saldare tutti i conti, rilascia solo qualche trance. Io ho comunque continuato a pagare tutte le tasse e a pagare i miei dipendenti, ma le gratifiche si sono ridotte a zero. Ho pensato di liquidare la società e provare ad andare in pensione, ma niente da fare, non riesco a fare il conguaglio tra i vari istituti pensionistici. Anche mia moglie ha provato di andarci ma hanno allungato l’età e dovrà aspettare, poi visto il suo lavoro poco più che par time avrà una pensione di poco superiore a quella minima.
Visti i ritardi da parte dello stato ho provveduto a richiedere finanziamenti aggiuntivi alle banche dando i fogli di attesa dei pagamenti. Tutte hanno rifiutato adducendo futili motivi e solo alcuni addetti mi hanno espressamente detto che non danno prestiti. Ho tamponato investendo tutto l’utile arrivato dagli altri lavori, ma non è durato molto, così ho preso la sofferta decisione con mia moglie di ipotecare la casa e lì i soldi sono arrivati. Nulla però è cambiato da parte dello Stato anche dopo ripetuti solleciti. Non so come pagare i miei dipendenti da ormai due mesi e mi è arrivato pure un avviso di pagamento da parte di equitalia che mi ha ipotecato l’attività in via preventiva, l’ho imparato solo per caso e comunque il mio commercialista ha detto che hanno sbagliato loro e devo ricorrere, ma intanto equitalia vuole i soldi e poi al massimo me li ridarà con gli interessi.
Ormai è quasi finita.
Io ho fatto tutto come mi è stato detto dovevo fare, seguendo le regole.
Io volevo solo lavorare!
Buio

La panchina – Puntata 2

La panchina – Puntata 2

Non erano nemmeno passate le tre del pomeriggio che Vittorio era già di ritorno al suo posto privilegiato. La panchina sembrava quasi attendesse il suo ospite prediletto. Vittorio si sedette e ricominciò come la mattina a guardare il mondo che gli passava davanti, le macchine che transitavano, la gente che si muoveva frenetica da una parte all’altra, i muratori che continuavano imperterriti a costruire su quello che fino a pochi mesi prima era un parco e i ragazzi che iniziavano ad uscire di casa dopo la mattinata di scuola.
Il tempo scorreva tranquillo e metodico mentre Vittorio passava il suo tempo ad osservare la gente, finché Vittorio non si soffermò su due ragazzi che gli stavano venendo incontro percorrendo il vialetto davanti alla panchina. I due ragazzi erano quasi passati oltre di lui quando uno dei due si voltò verso Vittorio e lo salutò. Vittorio rimase interdetto, non si ricordava di quel giovincello con ancora pochi peli sulla faccia.
“Lei è Vittorio? Io sono il nipote di Luigi.”
A quelle parole Vittorio si alzò quasi di scatto verso il ragazzo per stringergli la mano.
“Ma sai che non ti avevo proprio riconosciuto, sei cresciuto veramente tanto. Ora sei proprio un ragazzo. Mi spiace per tuo nonno.”
Con quell’ultima frase la faccia di Vittorio si era notevolmente rattristata.
“Purtoppo sono cose che capitano.” Si sbrigò a dire il ragazzo. “Non stava bene ormai da anni e sinceramente forse ora è più sereno.”
“In fin dei conti tutti abbiamo da morire prima o poi, è il nostro destino. Ma voi ragazzi ne avete ancora di anni davanti, non come me che son già vecchio da molto. Ora però non voglio più rubarvi tempo, andate pure a divertirvi.”
Dopo un breve saluto i due ragazzi ripresero la loro strada e si misero a parlottare fra loro.
“Ma coma fai a conoscere quel vecchio?”
“Si tratta di un amico di mio nonno e mi ricordo ancora quando da bambino mio nonno ed io uscivamo e lui mi portava qui dove c’erano tutti i suoi amici che ridevano, parlavano e scherzavano tutto il giorno, erano neo pensionati ed erano simpaticissimi, poi mi facevano un sacco di feste. Ora credo che a parte quel signore che vedo lì quasi tutti i giorni da solo da mesi, tutti gli altri o sono morti come mio nonno oppure non sono più in grado di uscire di casa. Non so perché ma mi dispiace vederlo lì tutto solo e salutarlo mi sembra anche un bel modo per dirgli grazie.”
“Si si va bene, ora smettila di dire ste cavolate e troviamo un posto più lugato che ho questo tocco di fumo e vorrei fumarmelo per bene.”
Intanto Vittorio si era nuovamente seduto ed era ritornato a guardare il mondo che gli scorreva davanti mentre lui era lì seduto sulla panchina.
Un signore attirò ad un certo punto la sua attenzione, aveva un telefonino e continuava a sbraitare e camminare avanti e indietro lungo il marciapiede poco distante. Vittorio non poté che essere scocciato di quell’atteggiamento anche se un po’ lo invidiava perché lui aveva sempre con se il suo telefonino, gli era stato regalato dalla figlia qualche anno prima, solo che lui proprio non sapeva usarlo minimamente così se lo portava dietro senza usarlo o capire che lo stavano cercando.
Il sole stava calando, le giornate non erano ancora così lunghe, ma i suoi raggi ora bassi penetravano molto meglio e lo investivano ancora con il loro calore rinvigorente, così Vittorio chiuse gli occhi per godersi quegli attimi di rilassatezza.
Ormai era quasi buio quando un signore sui sessanta si sedette alla stessa panchina di Vittorio guardando il cantiere davanti a lui.
“Certo che questi muratori moderni lavorano proprio in tutte le condizioni, anche al buio.”
In signore di voltò verso Vittorio ma non ricevette alcuna risposta, sospirò contrariato e si rimise a guardare il cantiere che progrediva illuminato dalle luci artificiali. Il signore stava quasi per andarsene quando gli attirò l’attenzione il suono del telefonino di Vittorio che squillava.
“Signore guardi che è il suo telefonino a suonare.”
Nel dire quella frase allungo una mano sulla spalla di Vittorio come per dargli una scrollatina nel caso si fosse addormentato o fosse assorto nei suoi pensieri.
Il corpo di Vittorio iniziò ad ondeggiare finché la gravità non ebbe la meglio facendolo scivolare di lato e poi per terra come un sacco di patate.
Ormai il sole era completamente tramontato, il cellulare continuava a suonare impaziente di una risposta, ma quella era la giornata di Vittorio e della sua panchina…

La panchina – Puntata 1

La panchina – Puntata 1

Era una giornata come tante quella che Vittorio Longaroni si apprestava ad iniziare. La sveglia, con il suo lento tic tac, segnava poco più delle sette quando il richiamo del caffè preparato dalla moglie convinse Vittorio ad alzarsi dal letto. Ormai poteva sentire chiaramente il peso dei suoi 83 anni come un macigno ad ogni suo movimento, ma ancor di più lo poteva vedere davanti allo specchio del bagno intento nella sua rasatura quotidiana. Un viso pieno e dai lineamenti marcati ma non eccessivi gli aveva donato in gioventù un discreto fascino nei confronti del sesso opposto, tutto accompagnato da un fisico abbastanza asciutto ma muscoloso. Ora invece Vittorio era intento a cercare di non far tremare la mano in passaggi delicati della rasatura e il suo fisico era quello di un anziano, flaccido e non più performante. Mentre si risciacquava il volto, per un istante che gli sembro durare un’infinità si rivide fresco e sorridente come quando aveva venticinque anni. In quel breve momento sentì il suo cuore emanare un’ondata di calore e tranquillità che lo rinfrancarono esaltando il suo ricordo di una giovinezza ormai sfuggita per sempre.
Finita la colazione e quelle poche faccende domestiche che gli competevano, come tutti i giorni si vestì di tutto punto come un signore rispettabile, si mise il suo Borsalino in testa e si infilò solo la giacca poiché fuori il tempo mite della primavera sembrava finalmente aver sostituito totalmente il rigore invernale.
Proprio mentre era ormai sulla porta la voce di sua moglie, fino a pochi istanti prima intenta nelle pulizie, lo fece fermare.
“Vittorio non ti sembra che sia ancora troppo presto per uscire solo in giacca? Mettiti qualcosa di più pesante, non vorrai mica ammalarti, vero?”
Quella voce la conosceva benissimo, era ancora calda e ferma ed era praticamente identica a quella del giorno in cui si erano conosciuti. Francesca era lì davanti a lui che lo fissava interrogativa in attesa che lui seguisse il suo consiglio. Vittorio però rimase ancora una volta interdetto poiché guardando sua moglie per il solito brevissimo ma infinito istante rivide sua moglie quando aveva vent’anni, bella, alta, soda, con un viso semplice ma con uno sguardo penetrante che poteva trafiggerti e dei capelli così lunghi, neri e lucidi che potevano risplendere al chiarore della luna. Quell’appagante senso di calore segorgò ancora una volta dal suo cuore facendogli provare emozioni che gli sembravano ormai dimenticate.
“Certo cara, lo prendo subito.”
Allungò la mano verso il suo soprabito di fustagno appoggiato all’attaccapanni poco distante e poi uscì.
Quella mattina però era in ritardo, così anziché fare il suo solito giro lungo sotto i viali puntò la sua bicicletta verso il centro cittadino attraversando la piazza piena di gente affaccendata e di alcuni anziani che non conosceva che parlavano fra loro.
Finalmente arrivò a destinazione, appoggiò la bicicletta sul cavalletto a poca distanza e si sedette sulla panchina.
Quella era una panchina come ve ne erano tante altre lungo quel viale rialzato che circondava il vecchio centro cittadino. Alle sue spalle alcune case gli facevano da schermo ai rumori della vicina statale, avanti a destra vi era una scuola professionale lì da una vita e da cui si sentiva il vociare degli studenti, avanti sulla sinistra vi era invece un rione di case conosciuto come il Ghetto, poiché nel periodo antecedente alla seconda guerra mondiale vi abitavano molti italiani ebrei, e direttamente davanti a quella panchina vi era un cantiere di un nuovo centro commerciale e case che prendeva il posto di un piccolo parco in pieno centro cittadino in cui le persone potevano portare i bambini e gli animali tentando di trovare un po’ di pace e tranquillità.
A Vittorio avevano detto che quelle case e quei negozi servivano e che avrebbero fatto un ampio parco fuori città, ma a dire la verità non ci capiva molto e l’unica cosa che gli dispiaceva veramente era aver perso, dalla sua posizione privilegiata, la vista delle persone che si divertivano e vivevano quel parco.
Dall’altro capo della panchina si sedette un signore con non più di cinquant’anni che si mise intento a leggere il giornale. Ogni tanto boffonchiava qualcosa e aveva qualche scatto nervoso, finché non rivolse la parola a Vittorio.
“Ma lei si rende conto di come siamo messi? I nostri politici fanno quello che gli pare, patteggiano con la mafia e cercano in tutti i modi di essere al di sopra della legge e alla fine a pagare siamo sempre noi. Io ho cinquantun’anni e ora mi hanno messo in cassa integrazione e se la mia azienda dovesse fallire chi mi assumerebbe? Non avrei più la possibilità di versare gli ultimo sei anni di contributi che mi mancano per andare in pensione. Ma ci rendiamo conto! …”
Più che una discussione con Vittorio sembrava un monologo che quel signore stava facendo a se stesso. In fin dei conti a Vittorio importava ormai poco della politica, era vecchio e la sua parte ormai l’aveva fatta abbondantemente proprio durante la seconda guerra mondiale e pensava che fosse venuto finalmente il momento per i giovani di dire la loro in questo mondo.
Vittorio si abbandono indietro fino ad appoggiarsi totalmente allo schienale della panchina rivolse il suo sguardo verso l’alto che era avvolto dai rami degli alberi pieni di boccioli che lasciavano trapelare caldi raggi di sole che gli riscaldarono il volto e il resto del corpo.
I minuti sembravano scorrere come secondi e il signore con il giornale ormai se ne era andato da tempo. Vittorio estrasse il suo orologio a cipolla dal taschino e guardò l’ora, erano da poco passate le dodici, e decise che era meglio avviarsi verso casa per il pranzo.
In quel frangente Vittorio vide una signora con le borse della spesa che percorreva il viale, non si ricordava il nome chi fosse o come l’avesse conosciuta, sapeva solo che la conosceva, così decise di alzarsi e salutarla calorosamente togliendosi il suo Borsalino dalla testa come si confaceva agli uomini di rispetto del suo tempo. La signora, forse un po’ imbarazzata per il caloroso saluto, ebbe un attimo di tentennamento e poi rivolse un saluto altrettanto cordiale a Vittorio.

An untold story

“Adesso vorrei domandarle qualcosa di cui si è parlato sempre poco. Lei a quale personaggio storico si è ispirata o si sente più vicina per tutte queste idee che l’hanno portata ad essere il primo presidente della Terra?”
Miyoshi Takahashi si lasciò andare sullo schienale della poltrona e per qualche istante il suo sguardo si perse nel vuoto finchè dopo un profondo respiro non iniziò a parlare.
“Come penso tutti abbiano ormai sentito io quando avevo undici anni ho rischiato di morire schiacciata da un treno alla fermata di Ginza della metropolitana di Tokyo. Quello che non tutti sanno però è che…”
Un altro lungo sospiro interruppe per alcuni istanti il racconto.
“…io volevo suicidarmi. Avevo perso da poco più di un anno mio padre a causa di una malattia, mia madre faceva sforzi immani per farmi crescere bene ma io però ero presa in giro e denigrata da tutti i miei compagni, all’epoca la donna in Giappone non era ancora trattata benissimo, e senza l’appoggio di mio padre mi sentivo inutile in un mondo che non mi voleva. Così quel giorno con mia madre un po’ distratta decisi di fare quel passo in più poco prima che arrivasse il treno in stazione. Ad un tratto sentii una mano sullo sterno che mi spingeva nuovamente sulla banchina e la voce di un uomo che mi diceva ‘Zettai akiramenaide!’ che significa non arrenderti assolutamente. Nel salvarmi quell’uomo però si era a sua volta sbilanciato abbondantemente oltre il bordo rendendogli impossibile evitare il treno in arrivo. La sua tranquillità e il suo sorriso, oltre alle sue parole, mentre mi guardava in quegli attimi prima di morire, non li dimenticherò mai per tutto il resto della mia vita. La sua immagine è l’ultima che vedo prima di addormentarmi e la prima che vedo tutte le mattine appena sveglia ormai da quasi quarant’anni. Oggi fuori da quella stazione c’è una statua che ricorda quell’uomo, Nicola Santi, un italiano poco più che trentenne nato in una piccola cittadina della pianura padana. Da quel momento la mia vita cambiò in un modo che non avrei mai pensato. Poche settimane dopo fui invitata dai suoi genitori nel suo paese, pagarono il viaggio a me e a mia madre e mi ospitarono un mese. In quel periodo conobbi veramente la persona che era morta al posto mio. Vidi quello che aveva fatto, quello che aveva scritto, mi raccontarono chi fosse, ma non solo i genitori, anche gli amici, i parenti, conoscenti o semplici abitanti della città. Sembrava che bene o male tutti lo rispettassero, anche là c’è una statua identica a quella di Ginza. Mi raccontarono che con le sue attività, idee e forza di volontà aveva dato forza e speranza a moltissime persone, sebbene fosse ancora molto giovane. Aveva quindi posto le basi per rilanciare socialmente quella città che altrimenti sarebbe stata probabilmente destinata a diventare un semplice dormitorio. Infine mi dissero che un giorno prese e disse che doveva andarsene via. Venne in Giappone dove visse per quasi tre anni assieme ad una ragazza giapponese che aveva conosciuto qualche mese dopo essere arrivato. Quando ritorni in Giappone dopo quel viaggio mi sentivo piena di energie, come se la mia vita precedente fosse stata solo un’ombra con il sole a picco, assente. Ogni anno per i successivi tredici anni passai un mese in quella città dove imparai una cultura diametralmente opposta alla mia assieme alla comprensione di tutto quello che Nicola Santi aveva scritto e teorizzato fin da quando era un ragazzo. Tutto quello che io ho portato avanti in questi anni arrivando fino all’unità della Terra sotto un unico governo è stata tutta opera sua, io ho solo messo qualche piccolo aggiustamento, ma per il resto lui aveva teorizzato e pianificato una Terra unita e come fare per arrivare ad ottenerla. Lui ha sempre detto che non sarebbe mai stato in grado di mettere tutto in pratica, non ne aveva il carattere, la tempra morale, l’opportunità e il tempo. Dai più di un suo scritto traspariva infatti una convinzione che il tempo per lui fosse sempre meno. Questo ha fatto nascere in me la convinzione che lui conoscesse forse già a grandi linee il suo destino. A quel punto io non potevo lasciar andare tutto il suo operato, gli dovevo tutto e così ho dedicato alla sua causa tutta la mia vita. Era il minimo, no?”
La giornalista era rimasta ammutolita da quella risposta e dopo qualche attimo di silenzio riuscì a raggruppare le idee per una domanda.
“Lei si rende conto che non mi permetteranno mai di raccontare questa storia?”
Il volto di Takahashi divenne ancora più triste.
“Me lo hanno già detto. Non si può perché altrimenti perderei gran parte del rispetto e degli appoggi che hanno permesso tutto questo. La politica e la gente non sono ancora cambiati abbastanza. Però non riesco ad accettare che mi vengano attribuiti i meriti di una persona che per giunta mi ha pure salvato la vita. Vorrà dire che fino a quel giorno continuerò a fare quello che ho sempre fatto fino ad ora, vivere per la sua idea. Io sono solo un suo riflesso, lui era veramente…”