Quello che il mio occhio vede viene rielaborato e postato

An untold story

“Adesso vorrei domandarle qualcosa di cui si è parlato sempre poco. Lei a quale personaggio storico si è ispirata o si sente più vicina per tutte queste idee che l’hanno portata ad essere il primo presidente della Terra?”
Miyoshi Takahashi si lasciò andare sullo schienale della poltrona e per qualche istante il suo sguardo si perse nel vuoto finchè dopo un profondo respiro non iniziò a parlare.
“Come penso tutti abbiano ormai sentito io quando avevo undici anni ho rischiato di morire schiacciata da un treno alla fermata di Ginza della metropolitana di Tokyo. Quello che non tutti sanno però è che…”
Un altro lungo sospiro interruppe per alcuni istanti il racconto.
“…io volevo suicidarmi. Avevo perso da poco più di un anno mio padre a causa di una malattia, mia madre faceva sforzi immani per farmi crescere bene ma io però ero presa in giro e denigrata da tutti i miei compagni, all’epoca la donna in Giappone non era ancora trattata benissimo, e senza l’appoggio di mio padre mi sentivo inutile in un mondo che non mi voleva. Così quel giorno con mia madre un po’ distratta decisi di fare quel passo in più poco prima che arrivasse il treno in stazione. Ad un tratto sentii una mano sullo sterno che mi spingeva nuovamente sulla banchina e la voce di un uomo che mi diceva ‘Zettai akiramenaide!’ che significa non arrenderti assolutamente. Nel salvarmi quell’uomo però si era a sua volta sbilanciato abbondantemente oltre il bordo rendendogli impossibile evitare il treno in arrivo. La sua tranquillità e il suo sorriso, oltre alle sue parole, mentre mi guardava in quegli attimi prima di morire, non li dimenticherò mai per tutto il resto della mia vita. La sua immagine è l’ultima che vedo prima di addormentarmi e la prima che vedo tutte le mattine appena sveglia ormai da quasi quarant’anni. Oggi fuori da quella stazione c’è una statua che ricorda quell’uomo, Nicola Santi, un italiano poco più che trentenne nato in una piccola cittadina della pianura padana. Da quel momento la mia vita cambiò in un modo che non avrei mai pensato. Poche settimane dopo fui invitata dai suoi genitori nel suo paese, pagarono il viaggio a me e a mia madre e mi ospitarono un mese. In quel periodo conobbi veramente la persona che era morta al posto mio. Vidi quello che aveva fatto, quello che aveva scritto, mi raccontarono chi fosse, ma non solo i genitori, anche gli amici, i parenti, conoscenti o semplici abitanti della città. Sembrava che bene o male tutti lo rispettassero, anche là c’è una statua identica a quella di Ginza. Mi raccontarono che con le sue attività, idee e forza di volontà aveva dato forza e speranza a moltissime persone, sebbene fosse ancora molto giovane. Aveva quindi posto le basi per rilanciare socialmente quella città che altrimenti sarebbe stata probabilmente destinata a diventare un semplice dormitorio. Infine mi dissero che un giorno prese e disse che doveva andarsene via. Venne in Giappone dove visse per quasi tre anni assieme ad una ragazza giapponese che aveva conosciuto qualche mese dopo essere arrivato. Quando ritorni in Giappone dopo quel viaggio mi sentivo piena di energie, come se la mia vita precedente fosse stata solo un’ombra con il sole a picco, assente. Ogni anno per i successivi tredici anni passai un mese in quella città dove imparai una cultura diametralmente opposta alla mia assieme alla comprensione di tutto quello che Nicola Santi aveva scritto e teorizzato fin da quando era un ragazzo. Tutto quello che io ho portato avanti in questi anni arrivando fino all’unità della Terra sotto un unico governo è stata tutta opera sua, io ho solo messo qualche piccolo aggiustamento, ma per il resto lui aveva teorizzato e pianificato una Terra unita e come fare per arrivare ad ottenerla. Lui ha sempre detto che non sarebbe mai stato in grado di mettere tutto in pratica, non ne aveva il carattere, la tempra morale, l’opportunità e il tempo. Dai più di un suo scritto traspariva infatti una convinzione che il tempo per lui fosse sempre meno. Questo ha fatto nascere in me la convinzione che lui conoscesse forse già a grandi linee il suo destino. A quel punto io non potevo lasciar andare tutto il suo operato, gli dovevo tutto e così ho dedicato alla sua causa tutta la mia vita. Era il minimo, no?”
La giornalista era rimasta ammutolita da quella risposta e dopo qualche attimo di silenzio riuscì a raggruppare le idee per una domanda.
“Lei si rende conto che non mi permetteranno mai di raccontare questa storia?”
Il volto di Takahashi divenne ancora più triste.
“Me lo hanno già detto. Non si può perché altrimenti perderei gran parte del rispetto e degli appoggi che hanno permesso tutto questo. La politica e la gente non sono ancora cambiati abbastanza. Però non riesco ad accettare che mi vengano attribuiti i meriti di una persona che per giunta mi ha pure salvato la vita. Vorrà dire che fino a quel giorno continuerò a fare quello che ho sempre fatto fino ad ora, vivere per la sua idea. Io sono solo un suo riflesso, lui era veramente…”