Quello che il mio occhio vede viene rielaborato e postato

La panchina – Puntata 1

Era una giornata come tante quella che Vittorio Longaroni si apprestava ad iniziare. La sveglia, con il suo lento tic tac, segnava poco più delle sette quando il richiamo del caffè preparato dalla moglie convinse Vittorio ad alzarsi dal letto. Ormai poteva sentire chiaramente il peso dei suoi 83 anni come un macigno ad ogni suo movimento, ma ancor di più lo poteva vedere davanti allo specchio del bagno intento nella sua rasatura quotidiana. Un viso pieno e dai lineamenti marcati ma non eccessivi gli aveva donato in gioventù un discreto fascino nei confronti del sesso opposto, tutto accompagnato da un fisico abbastanza asciutto ma muscoloso. Ora invece Vittorio era intento a cercare di non far tremare la mano in passaggi delicati della rasatura e il suo fisico era quello di un anziano, flaccido e non più performante. Mentre si risciacquava il volto, per un istante che gli sembro durare un’infinità si rivide fresco e sorridente come quando aveva venticinque anni. In quel breve momento sentì il suo cuore emanare un’ondata di calore e tranquillità che lo rinfrancarono esaltando il suo ricordo di una giovinezza ormai sfuggita per sempre.
Finita la colazione e quelle poche faccende domestiche che gli competevano, come tutti i giorni si vestì di tutto punto come un signore rispettabile, si mise il suo Borsalino in testa e si infilò solo la giacca poiché fuori il tempo mite della primavera sembrava finalmente aver sostituito totalmente il rigore invernale.
Proprio mentre era ormai sulla porta la voce di sua moglie, fino a pochi istanti prima intenta nelle pulizie, lo fece fermare.
“Vittorio non ti sembra che sia ancora troppo presto per uscire solo in giacca? Mettiti qualcosa di più pesante, non vorrai mica ammalarti, vero?”
Quella voce la conosceva benissimo, era ancora calda e ferma ed era praticamente identica a quella del giorno in cui si erano conosciuti. Francesca era lì davanti a lui che lo fissava interrogativa in attesa che lui seguisse il suo consiglio. Vittorio però rimase ancora una volta interdetto poiché guardando sua moglie per il solito brevissimo ma infinito istante rivide sua moglie quando aveva vent’anni, bella, alta, soda, con un viso semplice ma con uno sguardo penetrante che poteva trafiggerti e dei capelli così lunghi, neri e lucidi che potevano risplendere al chiarore della luna. Quell’appagante senso di calore segorgò ancora una volta dal suo cuore facendogli provare emozioni che gli sembravano ormai dimenticate.
“Certo cara, lo prendo subito.”
Allungò la mano verso il suo soprabito di fustagno appoggiato all’attaccapanni poco distante e poi uscì.
Quella mattina però era in ritardo, così anziché fare il suo solito giro lungo sotto i viali puntò la sua bicicletta verso il centro cittadino attraversando la piazza piena di gente affaccendata e di alcuni anziani che non conosceva che parlavano fra loro.
Finalmente arrivò a destinazione, appoggiò la bicicletta sul cavalletto a poca distanza e si sedette sulla panchina.
Quella era una panchina come ve ne erano tante altre lungo quel viale rialzato che circondava il vecchio centro cittadino. Alle sue spalle alcune case gli facevano da schermo ai rumori della vicina statale, avanti a destra vi era una scuola professionale lì da una vita e da cui si sentiva il vociare degli studenti, avanti sulla sinistra vi era invece un rione di case conosciuto come il Ghetto, poiché nel periodo antecedente alla seconda guerra mondiale vi abitavano molti italiani ebrei, e direttamente davanti a quella panchina vi era un cantiere di un nuovo centro commerciale e case che prendeva il posto di un piccolo parco in pieno centro cittadino in cui le persone potevano portare i bambini e gli animali tentando di trovare un po’ di pace e tranquillità.
A Vittorio avevano detto che quelle case e quei negozi servivano e che avrebbero fatto un ampio parco fuori città, ma a dire la verità non ci capiva molto e l’unica cosa che gli dispiaceva veramente era aver perso, dalla sua posizione privilegiata, la vista delle persone che si divertivano e vivevano quel parco.
Dall’altro capo della panchina si sedette un signore con non più di cinquant’anni che si mise intento a leggere il giornale. Ogni tanto boffonchiava qualcosa e aveva qualche scatto nervoso, finché non rivolse la parola a Vittorio.
“Ma lei si rende conto di come siamo messi? I nostri politici fanno quello che gli pare, patteggiano con la mafia e cercano in tutti i modi di essere al di sopra della legge e alla fine a pagare siamo sempre noi. Io ho cinquantun’anni e ora mi hanno messo in cassa integrazione e se la mia azienda dovesse fallire chi mi assumerebbe? Non avrei più la possibilità di versare gli ultimo sei anni di contributi che mi mancano per andare in pensione. Ma ci rendiamo conto! …”
Più che una discussione con Vittorio sembrava un monologo che quel signore stava facendo a se stesso. In fin dei conti a Vittorio importava ormai poco della politica, era vecchio e la sua parte ormai l’aveva fatta abbondantemente proprio durante la seconda guerra mondiale e pensava che fosse venuto finalmente il momento per i giovani di dire la loro in questo mondo.
Vittorio si abbandono indietro fino ad appoggiarsi totalmente allo schienale della panchina rivolse il suo sguardo verso l’alto che era avvolto dai rami degli alberi pieni di boccioli che lasciavano trapelare caldi raggi di sole che gli riscaldarono il volto e il resto del corpo.
I minuti sembravano scorrere come secondi e il signore con il giornale ormai se ne era andato da tempo. Vittorio estrasse il suo orologio a cipolla dal taschino e guardò l’ora, erano da poco passate le dodici, e decise che era meglio avviarsi verso casa per il pranzo.
In quel frangente Vittorio vide una signora con le borse della spesa che percorreva il viale, non si ricordava il nome chi fosse o come l’avesse conosciuta, sapeva solo che la conosceva, così decise di alzarsi e salutarla calorosamente togliendosi il suo Borsalino dalla testa come si confaceva agli uomini di rispetto del suo tempo. La signora, forse un po’ imbarazzata per il caloroso saluto, ebbe un attimo di tentennamento e poi rivolse un saluto altrettanto cordiale a Vittorio.