XX – ed.2016

XX – ed.2016

Prima di iniziare con il racconto una breve introduzione esplicativa

n.d.r. Su suggerimento di un’amica che aveva letto l’originale XX del 2009 ho deciso di partecipare al concorso letterario di quest’anno dell’ArciGay di Verona mettendo pesantemente mano all’originale.
Dopo molti mesi di attesa a causa di alcune vicissitudini degli organizzatori, è stata fissata la premiazione e sono arrivati i risultati. Sono arrivato quarto!
Un bel cucchiaio di legno di cui sono molto soddisfatto a dire il vero.
Spero piaccia molto anche a voi questa nuova versione.

Iniziamo…

Non ricordo di aver mai avuto voglia di essere madre nella mia vita, sarà perché sono la quarta di cinque sorelle, ma non ho mai sentito quel sentimento materno di
cui fin da piccola mi parlavano le mie mamme o le mie nonne. Le mie sorelle crescendo alla fine hanno trovato la loro compagna e sono tutte diventate madri a loro volta.

Eppure quindici mesi fa ho preso una decisione che mi ha cambiato la vita in un modo che non avrei mai immaginato potesse fare.

La mia compagna Rebecca è una stilista di moda affermata e tutto il tempo libero che ha lo dedica a noi due. Ci siamo conosciute ai tempi dell’università, lei all’epoca studiava ancora giurisprudenza, come le sue mamme le “consigliavano” di fare, ma si vedeva che non era quello che voleva. Lei disegnava sempre e le piaceva la moda, così io una volta le presi uno dei suoi bozzetti e grazie a mie conoscenze trasversali relative al mio hobby dei GDR fantasy, riuscii a farlo arrivare ad una mia cadetta di Sword Air Online che nella vita reale era una manager della nota marca di moda panasolare Guffi.

Inutile dire che da lì le si aprirono diverse opportunità. Inizialmente le offrirono di pagarle corsi di studio, poi le fecero fare la tirocinante in diversi atelier. Infine con suo grande impegno e determinazione è arrivata ad essere una delle migliori stiliste nel nostro sistema solare.

Quell’impegno però le costò tanto e anche se negli ultimi periodi non me ne parlava mai apertamente io la vedevo sempre un filo triste, come se le mancasse qualcosa. Lo sapevo che le mancava fare la madre, parlava di avere una figlia da che ne ho memoria.

Mi sono sempre sentita orgogliosa di lei, di essere sua moglie e di sostenerla in tutto, senza mai però metter da parte la mia passione di programmatrice informatica. Questo continuare a pensare alla tristezza di Rebecca, ha creato in me una certa sensazione, come di stare togliendo qualcosa alla mia anima gemella, una donna che amo ancora adesso come fosse il primo giorno. Quei suoi occhi verdoni, con il suo viso affilato ma non troppo, i capelli non troppo ricci e biondi. Se solo chiudo gli occhi posso vederla ancora come in quel giorno in cui ci siamo conosciuti, radiosa mentre entrava in biblioteca per studiare.

Nei giorni seguenti, dopo aver preso la mia decisione, la invitai fuori a cena in uno di quei ristoranti etnici che le piacciono tanto e alla fine le dissi: “Rebecca, ho deciso di partorire nostra figlia.” Sono bastate quelle parole per farla piangere a dirotto come non capitava da quando le chiesi di sposarmi. Il suo abbraccio era così emozionato in quel momento ce se ci penso mi assale un brivido.

In quegli istanti un gigantesco peso si era tolto tra di noi. Poche settimane dopo eravamo alla clinica della fertilità dove ci estrassero diversi ovuli a testa e iniziarono a fare i loro test per le possibili miscelazioni geniche tra i nostri genomi in modo da ottenere il risultato migliore per la nostra bambina.

Per poter effettuare l’impianto definitivo però dovevamo avventurarci in una serie di passi burocratici che spesso ci tolsero il sonno. Il nulla osta di concepimento, i permessi di maternità cittadini e dalla mia azienda, la scelta dell’ostetrica e le domande alle varie scuole visto che le liste d’attesa erano belle lunghe.

Appena mi inserirono l’ovulo, qualche settimana dopo, dissi: “Già fatto?” e le varie infermiere della clinica della fertilità si misero tutte a sorridere mentre la dottoressa con faccia corrucciata disse: “Guarda che io ho inserito uno o due grammi roba ma tra nove mesi ne dovrai far uscire circa tre chili e mezzo.” Tutte scoppiammo subito a ridere di gusto. Quella risata mi aiutò a buttare via le ansie burocratiche che avevamo affrontato.

Dopo i primi giorni dall’impianto mi sentivo bene, ma qualche settimana dopo, iniziai a soffrire un po’ di nausee mattutine. Sentir crescere quella bambina dentro di me mi stava donando un calore che non mi ero mai immaginata. Mi ritrovai spesso a pensare che alla fine forse avessero ragione le mie mamme e le mie nonne. Rinunciare a questa esperienza è qualcosa che nessuna donna dovrebbe fare. Anche il legame con Rebecca era più forte, la sentivo più vicina a me e condividevamo ancora più momenti intimi.

Verso il 4 mese di gravidanza con Rebecca andammo a fare un’ecoscansione di routine come altre già fatte in precedenza. Il protocollo medico per le nascite è alquanto rigido e i controlli sono ben scadenzati e strutturati.
La visita è iniziata normalmente con la nostra ostetrica che mi ha fatto sdraiare e poi inizia a descriverci cosa stiamo vedendo nella proiezione olografica davanti a noi.

Io e Rebecca ci tenevamo la mano molto emozionate, poi ad un certo punto vedo l’ostetrica che si alza in piedi, stacca la visualizzazione olografica e inizia a controllare freneticamente una zona dal suo monitor, la mano di Rebecca si stringe fortissimamente alla mia finché non riuscendo più a trattenersi disse con tono angosciato: “C’è qualche problema?” L’ostetrica si girò e disse: “Il feto è in ottime condizioni a dire il vero, non c’è nulla fuori posto, ma…” A quel ma sentii il mio cuore che si fermava per qualche lunghissimo istante. “la vostra non è una bambina ma un bambino.” Il terrore ci avvolse in pochissimi istanti. Un maschio! Quella era una cosa a cui nessuna delle due aveva mai pensato. La legge di procreazione solare è molto rigida e i maschi non esistevano da generazioni e nel caso un feto fosse mutato in maschio questo sarebbe stato fatto abortire, anche contro la volontà della partoriente, e successivamente tolto il diritto di procreazione alla famiglia.

L’ostetrica, vedendoci scosse e assalite dal panico disse: “Se volete un’opportunità di tenervi… vostro figlio… potete scendere dalle scale qui a destra e arrivare al parcheggio blu 25 dove ci sarà un furgone con la scritta ‘Idraulici Karman’. Bussate e dite abnegazione. Alla sicurezza dirò che siete corse fuori dalla paura. Avete ancora qualche minuto, non sprecatelo”.

Non so dire per quanto ci guardammo dopo aver sentito quelle parole. Io continuavo a fissare gli occhi di Rebecca e lei i miei in cerca di una risposta. Misi le mie mani sul suo volto e pochi istanti dopo vidi le lacrime uscirle dai bulbi oculari. Mi stringeva forte a lei. Le mie mani erano bagnate dalle sue lacrime. In quell’istante penso di aver percepito i suoi esatti pensieri, come se fossimo una persona sola.

La presi per mano e scendemmo lungo le scale, sentivo che mi stringeva sempre più forte la mano, potevo percepire il suo battito sempre più agitato, o forse era il mio che mi martellava cercando di scacciare i pensieri e i dubbi della mente.

Una volta trovato il furgone bussammo alla porta posteriore e due donne e un uomo ci aprirono.

Dire che rimanemmo pietrificate a guardarlo era poco. I lineamenti e la corporatura maschile era qualcosa che avevamo potuto vedere solo nelle oloricostruzioni. Vederlo dal vivo, sentirlo e odorarlo, era qualcosa di sconvolgente e che stranamente mi fece pensare a come sarebbe potuto diventare il figlio che portavo dentro.

Fatte accomodare nel furgone ci dissero che erano il gruppo degli Apollo. Ci informarono che non sarebbe stata facile nessuna delle due strade che potevamo percorrere. Intanto il furgone aveva iniziato a muoversi senza meta.

Pensavo volessero convincerci a tenere il bambino e invece a loro importava solo farci capire cosa comportava una scelta rispetto all’altra, cosa avremmo perso o guadagnato in una rispetto all’altra.

La mano di Rebecca continuava a stringermi forte mentre ascoltava molto attenta e concentrata. Io ogni tanto mi perdevo nel guardarla, quasi perdevo il discorso, bella come una stella in un limpido cielo notturno invernale.

Ad un certo punto il furgone si fermò e noi capimmo che era arrivato il tempo di decidere. Ci dissero che scendendo potevamo andarcene a casa oppure entrare nello
spazioporto davanti a cui ci avevano lasciato e prendere la prima ala trasporto per la Luna, c’erano già dei posti per noi.

Scendemmo dal furgone e ci incamminammo senza meta sempre tendoci per mano.

La prima opzione era restare, sapendo bene cosa ci sarebbe successo, le nostre vite sarebbero rimaste come le conoscevamo ma senza più la possibilità di avere figli.

La seconda opzione era partire e cambiare la nostra vita, andando incontro all’incognita di essere aiutati in tutto e per tutto da questi Apollo per i primi tempi, ma con un nostro figlio da poter crescere assieme.

Per un primo momento non parlammo nemmeno, ci guardavamo ogni tanto e basta, poi iniziammo a parlare. Parlavamo e camminavamo. Lo abbiamo fatto a lungo.

Non mi sono mai pentita della nostra scelta, l’abbiamo presa assieme, con forza e coraggio, come mai avevamo fatto prima nella nostra vita assieme. Da quel giorno amo
ancora di più Rebecca e lo ricordo sempre con tanto affetto perché, affrontare quegli eventi ci ha unite come nulla aveva mai fatto prima.

Abbiamo sofferto tanto, abbiamo perso moltissimo, ma siamo ancora assieme qui, noi due, e non vorrei stare con altra donna in tutto l’universo.

Lei è me e io sono lei.

Ti amo Rebecca.

Finché la morte non ci separi.