Gli Dei ritornano – Puntata 155

Gli Dei ritornano – Puntata 155

A dire il vero non sapevo esattamente cosa aspettarmi una volta atterrato a Ciampino. Quello che vidi però mi lasciò senza fiato e spaesato.
Tutto l’aeroporto era un viavai caotico di mezzi e persone che non pensavo di vedere. Sembrava che tutto stesse per esplodere, con rischi di incidente ad ogni manovra, aerei che rullavano con persone attorno che rischiavano di essere investite, mezzi che sfrecciavano ovunque che nemmeno il traffico a Milano o Napoli era mai stato così. Messo piede a terra fui investito anche dai suoni di quel caos oltre che dalla visione. Sembrava veramente un’esodo di massa, ma in effetti poteva anche considerarsi tale.
“Lei è Marco Taddia?” Mi chiese un militare avvicinandosi quasi al mio orecchio. Io risposi semplicemente annuendo poiché ero ancora stupito da quell’esodo di massa. Senza mezzi termini fui messo all’interno di un mezzo di servizio e trasportato frettolosamente in un’area relativamente più tranquilla dell’aeroporto vicino ad un hangar semi aperto.
Sceso dal mezzo mi trovai davanti la figura non certo gioviale, ma anzi molto tesa, del Tenente Corvini.
“Seguimi ti devo spiegare troppe cose e non abbiamo tempo.” Detto quello si girò avviandosi verso l’interno dell’hangar e io mi misi a seguirlo. Avevo troppe cose che mi giravano per la testa e non sapevo da dove iniziare.
“Non posso dirlo in altro modo. Il Centro è sotto minaccia. Si stanno muovendo…” Il tenente aveva iniziato a parlare mentre camminava e io da dietro tenevo il passo ascoltando al meglio. Una volta entrato nell’hangar e abituatomi alla luminosità ridotta intravidi una cosa che mi lasciò senza fiato.
“Ma quello cosa sarebbe?”
Il tenente si fermò e si girò verso di me quasi stupito dalla mia domanda. “Intendi l’F104?” “No. Intendo cosa c’è coperto da quei teli mimetici.”
La faccia del tenente si fece più grave. “Quello è il motivo per cui ti ho fatto venire qui. Dobbiamo portarlo via senza che cada nelle mani sbagliate. Non possiamo permetterlo capito!”
Le parole del tenente suonavano più come un accorato appello che ad un ordine. Sembrava veramente ci tenesse più che a qualunque altra cosa.
“Devi capire che siamo sotto attacco. Il Centro è sotto attacco e il Maggiore e il Dottore sono rimasti indietro per permetterci di portare via tutto in sicurezza.”
Come d’un tratto fui assalito da fortissime sensazioni. Mi voltai di scatto verso quell’oggetto e poi mi uscì forte e netto: “Come il Maggiore e il Dottore sono rimasti al centro. Dig dov’è? Devo andare a riprenderli.”
Il tenente mi afferrò un braccio e poi disse: “No Marco, la questione è più complessa. Devi darci il tempo di portare via tutto in sicurezza. Stiamo aspettando che arrivi l’Antonov 225 per permetterci di trasportare via quel ‘coso’.”
Era chiaro che il tenente non volesse dirmi cosa fosse eppure a me sembrava di sapere cosa fosse.
“Ma insomma cosa dovrei fare allora?!” Dissi spazientito.
“Parte dell’esercito italiano via terra sta arrivando per mettere sotto controllo quest’area, allo stesso modo altri stati, come USA, Francia e Inghilterra hanno messo a disposizione mezzi per il controllo aereo. Hanno invocato l’aiuto della NATO ma non tutti hanno aderito. Quel bastardo di Baldini è riuscito a portare dalla sua parte troppe persone e non oso immaginare come abbia fatto.” La rabbia si leggeva apertamente sulla faccia del tenente e non faceva nulla per trattenerla. Sul mio viso invece doveva leggersi la delusione visto poi come proseguì il tenente.
“Abbiamo già preparato per te l’F104 che vedi…”
Ormai ci eravamo avvicinati a quella che sembrava essere un’area di controllo e un addetto interruppe le parole del tenente.
“Tenente! Abbiamo tre segnali a quasi mach 3 in avvicinamento alla nostra posizione. Abbiamo i caccia impegnati a contenere le altre forze aeree. Sarà dura per la contraerea a quella velocità.”
“Merda! Marco devi andare subito. Là puoi trovare la tua plugsute e questo è un regalo dal dottor Gervasi. Non chiedermi cosa sia o come funzioni perché non mi ha detto nulla.”
Mentre mi dirigevo dove doveva essere la plugsuite, aprii la scatolina bianca che il tenente mi aveva dato.
Rimasi un poco inquieto quando vidi che era un cubetto di qualche centimetro che assomigliava come colorazione a quegli strani dadi da dungeons and dragons di colorazione verde trasparente con quelle polverine riflettenti metalliche. Allegato solo un bigliettino con su scritto: U.N.O.
Lo misi da parte per mettermi la plugsute. Mi stava bene e sembrava la mia, ma per qualche motivo non me la sentivo uguale, come fosse un’altra versione ancora migliore.
Stavo per lasciare tutto lì quando mi ricorda il dosatore datomi dal dottore. Lo fissai per qualche istante a riflettere poi selezionai una dose e lo usai alla base del collo. Una forte scarica mi attraversò tutto il corpo. Mi sentivo pieno di forze ed energie. Decisi di portarlo con me mettendolo in una tasca apposita della plugsuite.
Il mio dilemma era su U.N.O. e così presi il cubetto fra le dita e notai che era gommoso, quasi un gel e la forma cubica non sembrava quindi rigida. Lo guardai verso la luce e si poteva vedere come un movimento forse dettato dai riflessi di luce. Dalle dita che lo afferravano poi sentivo un flebile solletico e quando per caso lo misi sopra la plugsuite vidi che dal verde divenne del colore della plugsuite, un bianco quasi ambrato, ma se lo toglievo dalla vista ritornava verde.
“Marco sei pronto?!” Le parole del tenente mi colsero di sorpresa tra i miei pensieri. Per riflesso spiaccicai sull’avambraccio sinistro il cubo verdognolo che sparì alla mia vista.
“Arrivo subito!” Rimasi un’attimo interdetto, non lo vedevo più e non riuscivo più a staccarlo, così preso dalla fretta lo spalmai meglio sull’avambraccio e mi diressi verso l’F104 dove mi stava già aspettando il tenente.
“Allora questo non è un comune F104, lo abbiamo risistemato. Ha una velocità superiore e armi più potenti. Per i dettagli avrai in comunicazione Alberto e Guido che ti aiuteranno. Ora devi partire subito, non c’è più tempo.”
In men che non si dica ero già alla fine della pista di rullaggio in attesa del via alla partenza. Mentre stavo controllando la strumentazione e avviando la comunicazione con Alberto e Guido sentii uno strano rumore.
“Cazzo!” Mi lascia sfuggire una colorita esclamazione vedendomi atterrare a pochi metri l’Antonov 225 con tutta la sua stazza e un’aggiunta sopra che doveva essere un’area di carico aggiuntiva per trasportare il prezioso ‘coso’ del Centro, ma che a me sembrava più che altro un’uovo dalle linee schiacciate.
“Marco hai detto qualcosa con noi?” La voce di Alberto mi entrò nel casco facendomi riprendere dallo stupore.
Anche questa volta, senza sapere come e perché mi stavo ritrovano in un’assurda situazione che non capivo e che era evidentemente più grande di me. Perché dovevo sempre essere così…

Gli Dei ritornano – Uno sguardo sopra gli altri

Gli Dei ritornano – Uno sguardo sopra gli altri

“Prima tu mi hai chiesto chi me lo ha fatto fare tutto questo. Sebbene ti abbia già spiegato il perché io abbia seguito questa strada fino a trovarmi a questo punto, rischiando anche il mio personale per far valere le mie idee e i miei pensieri, con tanta gente qui in questa lunga notte di Roma che crede così tanto da seguirmi nel raggiungimento degli ideali che mi spingono, voglio raccontarti una cosa che non ho mai detto a nessuno.”
Lo sguardo di Massimo che stava ascoltando si fece più interessato anche se dubbioso.
Si era alzato un leggero venticello, il cielo era limpido anche se si potevano vedere solo una manciata di stelle a causa del forte inquinamento luminoso di Roma e dalla presenza della luna crescente. Da quel punto dell’altare della patria si poteva vedere benissimo tutta la gente stipata in piazza Venezia e crollata a terra a causa della stanchezza. Girando un po’ lo sguardo verso destra invece si poteva intravedere il gran numero di persone che si erano invece sistemate nella via dei fori imperiali.
Lo sguardo di Raffaele si voltò verso l’alto puntando lo sguardo verso la luna e facendo un lungo sospiro prima di riprendere a parlare.
“Vedi Ma…” Si interruppe un attimo come se fosse indeciso sul nome del suo interlocutore e poi riprese.
“Vedi Marco non l’ho mai raccontata a nessuno perché non avevo mai dato realmente peso a quell’incontro, tanto che lo avevo rimosso e solo l’altro giorno mi sono ritornate in mente le esatte parole di quell’uomo.”
Lo sguardo di Massimoo si fece ancora più interessato e questo fece fare un breve sorriso a Raffaele che aveva ribassato lo sguardo proprio per cercare reazioni nel suo interlocutore.
“Quando avevo quasi 24 anni andai da solo a Firenze a trovare una ragazza che avevo conosciuto su internet. Fu la prima volta che lo feci e a dire il vero anche l’ultima. Comunque mi misi ad aspettarla il piazza della signoria sul lato destro della riproduzione della statua del David di Michelangelo. L’appuntamento era per le 11 del mattino ma io arrivai quasi una mezzora prima. Mentre aspettavo mi misi a guardare tutta la gente attorno a me, i turisti con i loro chiassosi bambini, gli studenti che non erano andati a lezione e che bighellonavano nella piazzetta, gli anziani che si ritrovavano per parlare come se non si vedessero da anni e poi lo sguardo mi cadde su di un uomo. Un signore sui quarant’anni o poco più, con i capelli di un biondo scuro e un fisico tonico e non esageratamente massiccio, stava seduto nei tavolini di un ristorante di fronte a me e all’angolo tra una via e la piazza. Stava osservando tutta la gente che passava proprio come facevo io solo che era come se lo facesse in una maniera più approfondita, specifica e razionale. Non ti so dire come facessi a pensare quella cosa, ma era una sensazione che era dentro di me come una spia, un allarme. Quando non lo guardavo mi sentivo come scrutato, spiato e spesso di scatto mi voltai a guardarlo, ma non incrociai mai una sola volta il suo sguardo. Intanto erano arrivate le 11 e della ragazza ancora nulla, poi vennero le 11 e 20 ed io iniziavo a spazientirmi ma anche a preoccuparmi. Anche se inviavo dei messaggi al suo telefonino il mio rimaneva sempre muto. Nella mia attesa continuavo a guardarmi attorno ma più per cercare di svagare il mio cervello che per osservare come prima le persone che transitavano. Ormai esasperato verso le 12 decisi di andarmene ed ecco che quando alzai lo sguardo da terra, per un brevissimo istante il mio sguardo si incrociò con quello di quell’uomo.”
Raffaele interruppe un momento il suo discorso guardando Massimo con uno sguardo interrogativo, come se si aspettasse una domanda da parte sua.
“Prego prosegui Raffaele.”
“Si scusa è che mi aspettavo mi facessi una domanda.”
“Intendi sulla ragazza che stavi aspettando? Mi pare ovvio che non centri con il racconto che probabilmente tu nemmeno avrai più sentito, visto o letto, visto il modo con cui ti ha trattato.”
Raffaele rimase molto stupito dalla pronta reazione di Massimo e dopo pochi istanti di silenzio riprese a parlare.
“Si esatto è così. Mi sa che è vero quello che mi dicono. Penso troppo come una ragazza in questi frangenti pseudo romantici.”
A quella frase un grande sorriso si stampò sulla faccia di Massimo.
“Comunque ritornando al racconto, quando incrociai lo sguardo con quell’uomo quasi trasalii come se mi fosse mancata la terra sotto i piedi. A quel punto, non so perché lo feci, ma facendo un giro un po’ più largo verso destra e senza toglierli lo sguardo di dosso mi avvicinai a quell’uomo. Quando fui abbastanza vicino e dopo aver preso un po’ di coraggio gli rivolsi la parola dicendo probabilmente la cosa più stupida e ovvia che potessi: «Ma lei perché mi stava guardando?» Lui lentamente si voltò con una calma che non sembrava nemmeno essersi sorpreso o spaventato della domanda. Il suo sguardo da così vicino era radioso e intenso e non potei che sentirmi quasi soggiogato da quello sguardo. Appena il nostro sguardo si incrociò mi rivolse la parola con un pacato: «Perché a me piace osservare le persone e tu non stavi facendo lo stesso?» Come c’era da aspettarsi mi aveva colto in fallo. Non riuscii a dire altro, mi sentivo in imbarazzo e lui dopo pochi istanti riprese a parlarmi. «Sono veramente poche le persone che si fermano a parlare con me per loro iniziativa e non interpellate prima da me, anzi ora che ci penso tu sei la prima da molti, moltissimi anni. Come ti chiami?» Mi sentivo veramente molto in soggezione davanti a quell’uomo ma le parole iniziarono ad uscirmi da sole e nel giusto ordine: «Mi chiamo Raffaele e lei?» Mi fece un grande sorriso che emanava un calore che raramente ho provato. «Il mio nome…» Si soffermò un attimo pensieroso come se la domanda fosse alquanto difficile. «A dire il vero mi chiamano con così tanti nomi che non penso abbia più rilevanza. Comunque siediti e sarò felice di parlare un po’ con te.» Ero veramente incuriosito e affascinato da quell’uomo e dopo essermi seduto feci subito la prima domanda. «Che cosa ci trova nell’osservare le persone?» Lui sorrise. «Direi lo stesso che ci vedi tu. Delle possibilità.» Come facesse a sapere che pensavo esattamentequello non lo sapevo, però ci aveva preso. «Ma adesso dimmi tu una cosa. Come mai sei venuto fin qui per incontrare una persona che non conosci?» Rimasi interdetto perché ancora una volta ci aveva preso su tutta la linea. «Mah… Perché credo di sperare sempre che le persone siano migliori.» Risposi il più direttamente possibile. Lui mi guardò con aria soddisfatta. «Tu conosci già la risposta alla mia prossima domanda?» Come mai avrei potuto sapere la risposta ad una domanda mai posta. Eppure risposi senza esitazione. «Perché credo che noi in fin dei conti siamo un tutto e farsi del male vuole dire farlo a se stessi. Siamo migliori di come appariamo, ma dobbiamo crederci e volerlo.» La sua faccia per un istante divenne raggiante. «Incredibile! Non pensavo di trovare proprio qui e oggi una persona come te. Quasi non ci speravo più. Allora devo proprio dirti una cosa. Ne va della nostra stessa speranza in questo luogo.» Io divenni angosciato a sentire quelle parole, come se un grande peso mi stesse scendendo addosso. Però allo stesso tempo non volevo fare nulla per evitarlo. Sentivo che doveva fare parte di me.”
“Raffaele, tu non sai quanto io ti capisca. Sentirsi di dover far qualcosa solo perché si è se stessi e non perché lo si voglia veramente fare.
A quel punto Raffaele prese la mano di Massimo la strinse forte e gli rispose. “Non si tratta di volerlo fare, si tratta di sapere che nessun altro potrebbe accollarsi quel peso e portarlo avanti il tempo sufficiente perché un altro come lui o forse meglio, possa prendere il suo posto. Guardati bene dentro e non cercare di non vedere quello che ti è davanti. Quell’uomo mi ha aperto gli occhi ed io non potrò che ringraziarlo per sempre.” Il viso di Raffaele era visibilmente emozionato ripensando a quei momenti.
“Ma allora Raffaele alla fine cosa ti ha detto poi quell’uomo?”
“Mi disse: «Un giorno Raffaele vedrai che ti ritroverai in un qualcosa che ti sembrerà immensamente più grande di te. Estremamente impossibile e assurdo. Bene Raffaele tu non ti dovrai preoccuparti, potrai farcela, potrai fare quello che per altri sembrerà impossibile e irrazionale. Devi solo crederci e prepararti con tutto te stesso a quel giorno.» Rimasi impietrito davanti a quelle parole, come se avessero smosso proprio qualcosa che sapevo essere lì da così tanto tempo che nemmeno più notavo. Quando mi ripresi l’uomo si era alzato ed era andato via. Mi alzai andando a provare di cercarlo finché non lo intravidi svoltare per un vicolo. Gli corsi dietro ma quando svoltai l’angolo del vicolo non c’era più nessuno. Il fatto poi che il vicolo fosse cieco e privo di porte, finestre senza inferiate e altri possibili passaggi mi fece dubitare di aver visto quello che credevo di aver visto. Anche il fatto che nessun cameriere di quel bar si fosse avvicinato a noi per chiederci che volevamo poi mi aveva lasciato alquanto interdetto.”
“Grazie Raffaele.” Disse Massimo visibilemente emozionato dopo aver ascoltato quelle parole.

“Bentornato padre. Oggi mi sembra di vederti più felice del solito.” Disse all’uomo che fino a poco prima stava parlando con Raffaele.
“Si figlio, Oggi ho trovato un uomo che non incontravo da molto tempo. Forse qualcosa si sta finalmente muovendo.”
“Speriamo padre, ormai per te questa gente è diventata un’ossessione.”
Il padre si voltò verso il figlio guardandolo in modo accigliato. “Scusa ma non eri tu quello che ha fatto quel casino proprio interagendo con loro? Ti sei pure finto morto. Se non erro sono passati tantissimi anni e li ha condizionati parecchio in un modo che non ho particolarmente gradito.”
Il figlio abbassò il capo in segno di rammarico. “Lo sai che mi spiace, allora ero troppo giovane e avventato, pensavo fosse tutto un gioco. Per questo sono qui a darti una mano.”
Il padre guardò il figlio con un’aria serena e contenta. “Non ti preoccupare lo so benissimo e ti ringrazio. Oggi possiamo dire di aver però rimesso tutto forse in carreggiata. Penso che a breve potrebbero essere pronti per…”
Un forte allarme riecheggiò per tutta la nave. Lo schermo principale si accese mostrando una maestosa vista della terra e accendendo un indicatore in un punto dello spazio in cui non sembrava esserci nulla.
“Ingrandire!” Pronunciò preoccupato il padre.
L’immagine si ingrandì e venne mostrata a tutto schermo un’imponente astronave.
I due a quella vista trasalirono incredibilmente, come avessero visto il loro stesso fantasma che li fissava attraverso lo specchio.
“Miei Dei! No proprio loro e ora, no!” Urlò il padre contro lo schermo.
“Adesso cosa facciamo?” Chiese il figlio molto più che preoccupato.
“Quello che farebbe ogni essere sano di mente. Scappare!”
Il figlio guardò sbigottito il padre che stava già armeggiando con le strumentazioni. “Ma non possiamo abbandonarli così senza fare nulla.”
“Hai ragione figliolo ecco perché sto per scaricargli contro tutte le nostre armi. Se abbiamo fortuna e l’effetto sorpresa forse qualche serio danno possiamo farglielo. Però ora la nostra priorità è quella di scappare per andare a convincere l’Alto Consiglio ad intervenire ufficialmente.”
“Padre ma non è mai successo prima d’ora.”
“Lo so figliolo ma è l’ultima speranza che gli rimane. Che gli Dei ci aiutino.”

Gli Dei ritornano – Puntata 154

Gli Dei ritornano – Puntata 154

“Colonnello abbiamo configurato gli instradatori dei dati come da specifiche. I vari server Necronomicon sono in attesa, ora dovremmo avere tutta la banda per estrarre Stratego.”
Il Colonnello Baldini si voltò verso il suo sottufficiale e poi si rivoltò con un sogghigno malefico verso il Maggiore Testoni.
“Hai visto come siamo rapidi? Ora manchi solo tu alla festa. Dacci il codice di accesso così possiamo iniziare a scaricarci Stratego, tanto a voi non serve più!”
Testoni lo guardò dritto negli occhi, ormai erano le uniche cose che poteva muovere senza dolore o costrizioni. Il suo corpo era tumefatto, lacerato, contuso e sanguinante. Non sembrava più nemmeno lui.
Gli attimi di silenzio proseguivano interrotti solo dal rumore degli altri uomini del Colonnello che operosi come formiche continuavano nelle loro operazioni di cablaggio e riorganizzazione del centro di controllo di Struttura.
“A quanto pare non vuoi mollare, non ti immagini quanto lo sperassi, però devo mettere da parte un po’ il piacere perché ho un dovere da portare avanti. Mi serve quel codice, ormai siamo in procinto di bypassare tutte le procedure di sicurezza stadard, però ci serve ancora il codice di attivazione finale poiché è esso stesso la procedura. Quindi…”
Il Colonnello a quel punto viene disturbato dall’ingresso nel centro operativo di suoi uomini che trascinano un corpo.
“Signore, abbiamo trovato il dottor Gervasi nell’area limitrofa al nucleo di Stratego.”
“Cosa stava combinando?” Disse bruscamente Baldini.
“Stava tentando di inserire protezioni di sicurezza più resistenti. Lo abbiamo fermato, solo che siamo stati un po’ bruschi ed è svenuto.”
La faccia corrucciata di Baldini era ben visibile ai suoi uomini che dentro di loro stavano pregando il loro Dio per non incorrere in tremende punizioni.
“Per fortuna che é solo svenuto. Appoggiatelo su quella sedia e legatelo stetto. Ora mio caro Testoni, so chi mi darà quella chiave di accesso.”
Dicendo quello riapparve un ghigno serafico sulla sua faccia e si lascia andare ad una serie di brevi schiaffini sulla faccia irriconoscibile di Testoni.

L’elicottero si avvicinava a Ciampino il mio sguardo era perso nel vuoto, il mondo mi sfrecciava sotto ma il mio cervello era assente, non riuscivo a pensare a nulla, o meglio pensavo a tutto contemporaneamente, il che equivaleva appunto a non pensare a nulla. Poi d’un tratto tutti i miei percorsi neurali giunsero più o meno contemporaneamente da uno stesso punto.
Monica!!!
Strassi il mio cellulare dalla tasca e chiamai Monica. Diciamocelo, fortuna che ero su di un’elicottero che volava basso e non troppo velocemente, altrimenti non solo avrei avuto una conversazione disturbata, non l’avrei proprio avuta.
“Marco, ma che sta succedendo? Dove stai andando? Quando ritorni?” Per un’attimo rimasi estasiato dal sentire la voce di Monica e il mio cervello perse tempo per immagazzinare quelle parole da lei pronunciate. Come se potessero essere l’ultima volta che le sentivo.
“Non ti preoccupare. La situazione è un po’ complessa da spiegare al telefono. Volevo solo risentire la tua voce e tranquillizzarti.”
Per un’attimo vi fu un vuoto di attesa prima della risposta di Monica. Poteva essere stata un problema di segnale, il rumore dell’elicottero troppo forte, ma in cuor mio volevo spare fosse perché lei era stata colpita da quella mia piccola frase.
“Ma hai lasciato qui tutte le tue cose. Dove stai andando? Quando ritorni?”
“Monica per piacere. Fidati! Non so dove sto andando, ma devo assolutamente fare questa cosa. Per piacere, tieni duro e fai quello che ti diranno Barbara e Fabio. Io farò di tutto per tornare il prima possibile da te.” In quel momento mi resi conto che la mia voce era visibilmente emozionata.
“Va bene. Ti aspetto!” Attimi di silenzio e poi la voce di Barbara prese il posto di quella di Monica.
“Mi scusi Signore ma avrei bisogno di informazioni più precise su cosa dovrei fare.”
In effetti non le avevo detto molto e mentre provavo di recuperare un tono di voce meno emotivo, pensai a come avrebbe dovuto agire.
“Ok Barbara. Riportate le due ragazze a casa loro, se ci sono problemi e per consegnare le mie cose contattate il controllo 872, ci dovrebbero essere Alberto o Guido a cui a breve darò istruzioni più dettagliate. Ti prego fa che non succeda nulla a Monica e alla Betta.” Avevo pur sempre fatto una promessa anche se la situazione stava scivolando parecchio.
“Perfetto Signore.” La comunicazione si interruppe subito dopo.
Sentirmi chiamare signore, da Barbara poi, non mi piaceva per nulla.

Gli Dei ritornano – Puntata 153

Roma sembrava essersi totalmente bloccata, il traffico era paralizzato, la gente aveva fermato le macchine o si era fermata di camminare, andare in bicicletta o motorino e guardava come persa nel vuoto e piangente verso la zona del quirinale.
Ormai erano passati alcune decine di minuti da quando Raffaele era morto e un senso di pace, seguita poi dalla disperazione per lo svanire di essa, sembrava aver contagiato tutti nel raggio di molti km.
Più di allontanavamo dal centro e più la situazione sembrava normalizzarsi, ma arrivati sul GRA c’era ancora gente bloccata a fissare verso il centro di Roma.
Ero riuscito a recuperare la macchina con cui eravamo arrivati e stavo portando il più lontano possibile la Monica e la Bea, come mi aveva chiesto di fare Raffaele. Monica stava ancora piangendo, non riusciva a smettere, mentre la Bea sola sul sedile posteriore guardava fuori smarrita.
Il cellulare iniziò a squillare, era quello della Bea che subito rispose.
“Ciao amore… si si tutto bene… ho avuto una paura matta… ora sto ritornando… scusami se non mi sono fidata subito di quello che mi avevi detto, solo che Raffaele mi sembrava un così bravo ragazzo, invece ha fatto un casino… si esatto proprio un’esaltato…”
La conversazione stava proseguendo, ma non ricordo che altro si dissero, ero totalmente annebbiato da quelle ultime parole, sentivo che la rabbia e il disprezzo nei confronti di quella ragazza erano a livelli incredibili. Raffaele le voleva bene e aveva fatto di tutto per proteggerla fino all’ultimo e lei era già lì che lo insultava. Mi sentivo totalmente spaesato e solo la mano di Monica che raggiunse la mia appoggiata sul cambio riuscì a tranquillizzarmi quel tanto da rendermi conto che non valeva la pena fermarmi lì in mezzo al GRA e scaricarla fuori a pedate, tanto più che avevo fatto una promessa Raffaele e non potevo deluderlo anche io.
Quei miei pensieri però furono spazzati via dal rumore troppo forte di un elicottero che ci stava passando sopra molto da vicino.
Quella manovra mi costrinse a fermare la macchina, come dovettero fare anche tutti gli altri sul GRA.
Quando scesi dalla macchina sulla difensiva e pronto a reagire, anche se non sapevo a cosa, riconobbi quel ragazzo in divisa militare che era sceso dall’elicottero e mi stava venendo incontro. Brunetta una delle ragazze del Centro mi stava correndo incontro.
“Marco devi venire assolutamente con noi!”
“Ma che sta succedendo?”
L’elicottero era appena appoggiato sul manto stradale pronto a ripartire subito e il rumore e il vento smosso dalle pale rendevano difficilissimo comunicare.
“Non c’è tempo di spiegarti! Dobbiamo muoverci ti prego!”
Dal suo viso si poteva scorgere l’ansia e la preoccupazione. Non stava mentendo, aveva proprio paura e io dovevo seguirla, però non potevo nemmeno…
“Devo assolutamente riportare a casa queste due ragazze, non posso finché non l’ho fatto.”
Il bel viso di Brunetta divenne ancora più triste e preoccupato e la sua divenne una disperata richiesta.
“Ci pensiamo io e il soldato Fabio. Si fidi che lo faremo a qualunque costo ma lei deve salire su quell’elicottero!”
Sembrava che stesse per piangere e io ero combattuto, non potevo venire meno ad una promessa ma qualcosa dentro di me mi diceva che non potevo rifiutarmi di fare quello che mi chiedeva Brunetta.
“Va bene, vado ma tu vedi di fare come ti ho detto.”
Un po’ di tranquillità riapparve sul viso di Brunetta che rispose con decisione.
“Certamente Signore.”
Signore? Io? Perché mi trattava come fossi un suo superiore?
Furono quelle domande che mi tormentarono nel breve percorso verso l’elicottero dove dovevo salire.
Quando mi voltai per guardare indietro, seduto con l’elicottero che stava partendo, vidi Monica, la Bea, Brunetta e il soldato Fabio che mi fissavano e dentro di me non riuscii a non domandarmi se quella non sarebbe stata l’ultima volta che li avrei visti.

“Vedi Gabriele, per ora ci sono andato di leggero, ma il punto non è che non mi darai quei codici di accesso, ma è solo quando me li darai.”
La faccia di Baldini aveva una qualcosa di felice nel pronunciare quelle macabre frasi che preannunciavano terribili sofferenze.
“Vedi Baldini…” Disse Gabriele sputando un po’ di sangue che aveva in bocca.
“Per te sono il Colonnello!”
“…io non ho paura di morire oggi. Mi domando se anche tu non ne abbia.”
“Vedi Gabriele, il punto è che tu morirai solo quando ti avrò torturato a sufficienza per sapere tutto quello che mi serve. ORA DAMMI IL TUO CODICE DI IDENTIFICAZIONE! I miei uomini sono già pronti per scaricare tutti i vostri dati.”
“E dove pensate di metterli, tutti in una chiavetta? Saranno svariate centinaia di terabyte.”
“Che stupido che sei! Abbiamo pensato a tutto, molto meglio di voi, abbiamo creato un network di computer sparsi in alcune basi segrete per poter immagazzinare e organizzare tutto. Ovviamente grazie alla tecnologia del Centro che abbiamo trafugato e migliorato in questi lunghi mesi.”
Baldini sembrava proprio trionfante ed esaltato e non si limitava nell’ostentarlo davanti al Maggiore.
“Questa è l’ultima volta che te lo chiedo con le buone. DAMMI IL TUO CODICE?!”
“NO!” Rispose sprezzante il Maggiore.
“Speravo proprio lo dicessi.”

Gli Dei ritornano – Puntata 152

“SERGENTE!!!”
Il maggiore assistendo all’azione del sergente Terzi tramite i monitor di servizio non riusciva a trattenere la rabbia urlando da solo.
“Se gli avevo ordinato di andarsene un motivo forse c’era!”
Il silenzio era ritornato immediatamente nella sala di controllo di Struttura. Sul grande monitor si vedevano muoversi dei puntini in quella che era la mappa tridimensionale del Centro e Struttura. Dopo la forte esplosione all’esterno sembrava che il gruppo di aggressori fosse stato diviso obbligatoriamente in due.
I minuti trascorrevano lentamente come fossero ore nel silenzio di quella stanza.
Puntini colorati si muovevano nella mappa in maniera ordinata avvicinandosi sempre più all’ingresso di Struttura.
Il maggiore continuava a fissare la mappa sul monitor senza distogliere lo sguardo, era proteso in avanti sulla sedia con i gomiti sul tavolo e le mani giunte all’altezza del mento che gli sorreggevano il peso della testa.
I suoi occhi sembravano persi in quello che poteva essere benissimo un mare di pensieri senza capo ne coda.
Quando le lucette rosse iniziarono a muoversi sulla linea dell’ascensore di Struttura il Maggiore mosse stancamente una mano verso un interruttore lì vicino.
“Come andiamo Dottore? Stanno arrivando.”
La voce un po’ metallica del dottore uscì dagli altoparlanti interni alla sala.
“Spero solo che non siano così svegli da capire.”
Il maggiore intanto si era alzato e spostato poco distante dell’ingresso dell’ascensore, dritto e fiero in attesa.
L’ascensore si era appena fermato e pochi istanti dopo le porte iniziarono ad aprirsi.

All’interno della montagna il pulviscolo di calcinacci caduti stava lentamente diradandosi la luce delle lampade di sicurezza illuminava a malapena l’interno.
L’entrata era completamente ostruita dalla frana.
“BRAVI! Proprio BRAVI!”
Quelle parole sarcastiche non potevano che venire dal Colonnello Baldini coperto da un sottile strato di polvere su tutto il corpo ma perfettamente integro anche se un po’ acciaccato.
“Avvisate gli altri fuori di prendere quei bastardi e di iniziare a scavare per aprirci una strada d’uscita. Noi ora abbiamo altro da fare. MUOVERSI!!!”
Gli altri militari, anche se malconci e feriti si misero subito a disposizione per seguire Baldini. Alcuni di loro erano veramente malconci ma forse temevano di più una sfuriata del colonnello che la morte stessa.
In breve tempo quel manipolo di una dozzina di persone superò le ultime difese interne per arrivare infine all’ascensore di servizio per Struttura.
Lo sguardo di Baldini era pieno di una felicità latente che sembrava dover esplodere da un momento all’altro e la sua impazienza era ad un limite di non ritorno. Sembrava come un bambino il giorno del suo compleanno davanti ad un regalo scalpitante per scartarlo.
Quando i tre tecnici che lavoravano per sbloccare l’ascensore riuscirono ad avere il controllo Baldini non riuscì a trattenere un urletto di soddisfazione.
“Era ora! Muoversi!”
La discesa in Struttura per chi non l’aveva mai fatta era veramente emozionante e i militari sebbene ben addestrati non riuscivano a staccare lo sguardo da tutto quello che era lì attorno a loro, Baldini invece si mise davanti alla porta in attesa che l’ascensore si aprisse sulla sala di comando di Struttura.
Quando le porte si aprirono Baldini e Testoni erano nuovamente faccia a faccia dopo mesi dall’ultima volta, quando le intenzioni di una persona furono chiare a tutti.
Baldini uscì dall’ascensore senza distogliere lo sguardo da Testoni permettendo l’uscita dei militari che si sparpagliarono per la stanza e iniziarono l’ispezione delle altre stanze.
La tensione tra i due la si poteva benissimo vedere ma nessuno dei due sembrava voler prendere la parola per primo.