Quello che il mio occhio vede viene rielaborato e postato

Gli Dei ritornano – Puntata 61

Il mio ufficio era aperto, il computer acceso.
Quel ragazzo non c’era ma era stato qui come avevo sospettato, ma che aveva combinato?
“Tenente, cosa dobbiamo fare?”
“Un attimo!”
Stavo analizzando quello che era successo al mio computer.
“Sergente, vada assieme alle squadre di sicurezza nel settore D laboratori dal 47 al 62. Il ragazzo ci ha facilitato il lavoro.”
“Subito signore.”
“Non si dimentichi sergente, il ragazzo è dalla nostra parte.”
“Certo signore.”
Almeno lo speravo visto il lavoro che il ragazzo aveva fatto per scovare l’origine dell’intrusione.

Da quel computer non potevo fare molto senza che l’intruso se ne accorgesse.
Interi pacchetti di dati transitavano senza intoppi.
Passavano sotto i miei occhi interi blocchi di dati riservati e provenienti dalla sicurezza interna.
Tutto veniva filtrato, deviato e modificato.
Stando nel mezzo riuscii a deviare alcuni dati dei sensori interni per farli uscire senza modifiche, solo che erano ritardati e fuori contesto, senza senso.
Avrebbero capito?
Non potevo saperlo, ma era l’unico modo che avevo per cercare di attirare l’attenzione e mettere tutti in allerta mentre provavo di trovare l’origine dell’attacco.
I dati passavano in decine di computer del centro e rintracciare la fonte non si stava rivelando proprio facilissimo, era da minuti che provavo inutilmente di trovarla, poi basta.
Sulla scrivania stava lampeggiando un piccolo led viola.
Non so perché lo pensai, ma fu immediato….
Un allarme!
L’interruzione della connessione mi impedì di trovare precisamente l’origine, ma almeno avevo ristretto il campo.
Sezione D laboratori dal 47 al 62.
Non persi un secondo, mollai il computer e la stanza del Tenente e mi precipitai direttamente in quella zona del centro.
La notte nel centro era strana, l’area abitativa era integrata, ma la zona dei laboratori era praticamente deserta.
La mia corsa la si poteva udire a sezioni di distanza, era come suonare una carica, ma non avevo il tempo di essere silenzioso.
Ero quasi arrivato, mancava poco, solo l’ultimo corridoio.
Svoltai l’angolo e…

Bang!

Una fitta incredibile mi prese la spalla, ero atterra sulla schiena e tiravo il fiato con i denti, sentivo l’aria passare attraverso parti del mio corpo in cui non avrebbe dovuto.
Il bruciore era incredibile, non riuscivo a pensare ad altro.
Le urla mi si strozzavano in gola dal dolore.
Non riuscivo a reagire e chi mi aveva sparato ormai era lì a pochi metri da me pronto a finire quello che aveva iniziato.
Ci stavamo fissando nella penombra del corridoio.
Che cretino che ero stato a poter pensare di fermarlo senza un’arma, un coltello, un bastone o qualcosa di appuntito…
Un attimo, avevo una matita in tasca!
La presi fuori fra lamenti e respiri di pura sofferenza.
Ormai mi era sopra, mi guardava dritto negli occhi e io nei suoi.
Respiravo a fatica, e stavo straboccando di adrenalina, era l’unica cosa che mi separava dallo svenire.
“E così saresti tu il soggetto… Che pena che mi fai!”
Questa moda dei film americani in cui i cattivoni fanno i gradassi davanti al moribondo prima di finirli.
Perché fare i fighi in questo modo.
Se solo se lo fosse risparmiato ora probabilmente lui non si sarebbe sentito la mia matita piantata in una sua caviglia e non avrebbe di certo sparato contro il pavimento alla mia sinistra anziché a me.
Però è il bello della realtà , che non segue copioni e ha tempi molto più rapidi di reazione.

Bang!