Quello che il mio occhio vede viene rielaborato e postato

Gli Dei ritornano – Puntata 114

La tenue voce di Mei Mei interruppe le mie ricerche linguistiche sui due testi che stavo svolgendo.
“Ma tu non dovevi andare a vedere la prova di Fulvio?”
Gli occhi mi sgranarono oltre l’inverosimile e il mio sguardo anziché incrociare lo sguardo con quello di Mei si mise alla disperata ricerca del primo orologio disponibile all’interno della biblioteca del Centro.
“CAZZO!”
Il mio sguardo aveva incrociato finalmente un orologio. Erano le 18.28 e il test di Fulvio si svolgeva nel dokingmind in uno dei primi libelli sotterranei dentro la montagna del gran sasso.
Io ero nella biblioteca al terzo piano dell’edificio esterno del Centro.
Quella parola che pronunciai con così tanta veemenza all’interno della biblioteca fu complessivamente un saluto e un ringraziamento verso Mei e una certificazione popolare, visto che avevo addosso gli occhi di tutti, della mia mancanza di attenzione riguardo a certe cose.
Quindi senza dire altro e alzandomi di scatto guantai tutta la mia roba e corsi fuori dalla biblioteca come un indemoniato senza incrociare nemmeno in quel caso il mio sguardo con quello di Mei.
Quello che successe da lì in poi penso sia ancora ricordato dalla maggiora parte delle persone che ebbero la sfortuna di incrociarmi lungo i corridoi, le scale e aree del centro che coprivano l’itinerario più breve che potesse esserci tra la biblioteca e il dockingmind.
Penso che se avessi prestato più attenzione a quanto la gente mi diceva vrei potuto imparare strani e nuovi modi di offesa che poi sarebbero potuti tornare molto utili in certe e complicate situazioni, ma purtroppo non avevo il tempo per prestare attenzione ne a quello ne ad alcuni militari italiani che non conoscendomi mi intimavano di fermarmi puntandomi armi contro, fortuna che intervenivano subito quelli della sicurezza interna del centro che mi conoscevano benissimo per bloccare i militari italiani.
A pensarci a posteriori mi domando come poi si sarebbe potuta spiegare sensatamente la cosa al maggiore nel caso mi fosse successo qualcosa di più o meno grave.
Comunque alla fine, dopo aver stabilito decine di nuovi record nazionali di corsa piana, salto in alto e in lungo, sono arrivato giusto sul filo di lana al dockingmind prima che chiudessero fuori i non addetti.
“In bocca al lupo!”
Gridai a Fulvio che stava entrando per la prova con l’ultimo filo di aria che mi era rimasto prima di sentir collassare uno dei miei due polmoni.
Fulvio mi guardò con uno sguardo contento mentre io invece agonizzante mi stavo accasciando al suolo per cercare di riprendere un po’ di forze.
Mentre ansimavo e sudavo come Dig durante un’afosa giornata estiva nel deserto del sahara e con gli occhi di altri presenti che mi squadravano in malo modo, la prova stava per avere inizio.
Sui vari monitor iniziavano ad apparire le varie inquadrature, quello che vedeva Fulvio, viste laterali, dall’alto, davanti e dietro.
Fulvio era in un aeroporto non ben identificato, la giornata era bella e soleggiata e a quanto poteva sembrare stava salendo su una specie di aereo che però non aveva le fattezze normali di un velivolo, sembrava molto di più un qualcosa di proveniente da un qualche film tipo stargate, star trek o star wars.
“Dai, tirati su, non vorrai mica vedere tutto standotene lì seduto contro il muro.”
Mi voltai verso la voce del tenente che nel frattempo mi aveva offerto una mano per aiutarmi ad alzare.
“Grazie. Ma lei cosa ci fa qui?”
“Semplicemente guardo la prova finale di uno dei miei allievi. Mica penserai di essere l’unico che seguo, vero?”
Effettivamente non ci avevo mai pensato ma preferii cambiare discorso visto che mi era venuta in mente una domanda che stava attirando la mia attenzione.
“Ma quale sarebbe lo scopo di questa prova? Una missione di guerra, ricognizione o acrobazie?”
Il tenente mi guardò con uno sguardo divertito.
“Semplicemente alzarsi in volo.”
“Alzarsi in volo?”
“Guarda e capirai.”
Mi misi in silenzio a guardare cosa faceva Fulvio ed effettivamente qualcosa di strano c’era. I comandi erano strani, all’interno della cabina c’erano solo dei gran indicatori e schermi che segnalavano lo stato del velivolo e la classica cloche e manetta di potenza. Come fare per agire con la strumentazione.
Fulvio perse alcuni minuti solo per riuscire ad avviare il velivolo e se devo essere sincero non capii proprio come fece, poi ne passarono molti altri solo per farlo muovere verso la pista di decollo.
Fulvio era stressatissimo e al limite fisico, lo si poteva capire dai grafici biometrici che venivano trasmessi su di un monitor, e dalla sala di controllo al nostro fianco il dottor Gervasi e alcuni suoi assistenti stavano discutendo animatamente mentre il maggiore seguiva in silenzio.
Alla fine dopo quasi mezz’ora Fulvio si era allineato alla pista per il decollo.
Stava ansimando e si vedeva che non poteva reggere ancora molto, poi dopo qualche minuto di esitazione l’aereo prese a muoversi e ad acquistare velocità, ormai mancava poco per decollare e superare la prova.
Il volo durò esattamente 0,024 secondi per un complessivo di 15,12 metri poi il velivolo si appoggiò al suolo e la simulazione terminò come un vetro che cade a terra.
Alcuni medici corsero subito da Fulvio, fortunatamente stava bene anche se molto scosso e visibilmente frastornato e intontito.
“Guarda, è riuscito a farcela.”
Il tenente mi stava indicando i dati sul di un monitor di controllo della durata e lunghezza del suo volo, era riuscito a superare la prova.
Solo non riuscivo a spiegarmi una cosa.
Che cosa significava veramente quella prova?