Quello che il mio occhio vede viene rielaborato e postato

Gli Dei ritornano – Puntata 79

Una brezza di aria temperata mi accarezzava la faccia.
Il mio corpo era avvolto in un caldo copriletto primaverile.
Potevo sentire tranquillamente lo scrosciare dell’acqua all’esterno della camera, come se si trattasse di una piccola cascata e gli uccellini sembravano in festa dal rumore che facevano.
Ero titubante, non volevo aprire gli occhi, ma in fine cedetti al richiamo della veglia.
Non avevo mai visto quel posto, ma era come se fossi a casa, quello percepivo, familiarità.
Una mano seguita dal braccio correva lungo la mia spalla fino ad avvolgermi in un abbraccio, ma non ero agitato, mi sembrava tutto naturale, conosciuto, nulla di cui temere.
“Giorno piccolino.”
Quelle calde parole furono seguite da un bacio sul collo che poi proseguì fino al lobo dell’orecchio che venne mondicchiato timidamente.
“Giorno anche a te bestiolina.”
Nel dire quelle parole mi voltai lentamente evitando di uscire da quel caldo abbraccio che mi avvolgeva.
Lì davanti a me potevo vedere un viso che non avevo mai visto ma che riconoscevo come qualcosa di incredibilmente importante per me.
Potevo sentire il suo longilineo ma non scheletrico corpo attaccato al mio.
Che bella sensazione di pace e relax, il tempo mentre la guardavo sembrava eterno.
“Dai, aspetta qui che ti preparo la colazione.”
Dicendo questo l’idillio dell’abbraccio svanì rapidamente e lei si alzò dirigendosi nuda verso la cucina.
“No Ste, dai che mi alzo anche io.”
Il suo nomignolo, come facevo a conoscerlo?
Pensando iniziarono ad attraversarmi la mente come flash ricordi strani e angoscianti di sofferenze, stenti e paure.
Ero rimasto solo in camera e ormai ero ben sveglio e seduto sul letto.
“Allora vuoi venire qui o devo venire lì io?”
Quella voce mi chiamava da lontano come un richiamo delle sirene ad un marinaio.
“Vengo io, aspetta.”
Alzandomi dal letto non sentii le gambe, ma ero dritto in piedi e stavo iniziando a camminare.
D’un tratto come un muro mi divise da quello che stava accadendo, io non ero lì in quel momento.
Quel singolo pensiero mi lanciò nella mia vera esistenza.

Non sentivo le gambe, un vento gelido mi attraversava il corpo cercando di spaccarlo in due, non riuscivo ad aprire gli occhi, tremavo come una voglia che non voleva morire staccandosi definitivamente dal proprio ramo.
Poi una ventata di aria calda ma fetida, regolare come solo un respiro poteva essere, mi riscaldò il viso.
DIG!
Quell’unico pensiero mi attraversò la mente.
Aprii gli occhi e lo vidi lì che mi guardava con quei suoi occhioni pieni di domande.
Non disse nulla, non dissi nulla, chinò solo in capo premendo contro il mio avambraccio e dopo qualche leggera pressione si accovacciò al mio fianco.
Non so come feci, ricordo solo vaghi flash, ma mi ritrovai sdraiato a cavalcioni sopra Dig mentre venivo scarrozzato qua e là per l’Himalaya.
Immagini, dopo solo rarefatte immagini e suoni.
Paesaggi montani tra il pelo di Yak, con il rumore di passi su ciottoli.
Lasa, in lontananza con il fischio del vento tra le montagne circostanti la vallata.
Un uomo in lontananza che veniva incontro me e Dig e il tenue suono della mia voce che non riusciva a superare le mie labbra.
Un fuoco che scoppiettava.
Qui finiscono i miei ricordi di quell’avventura nell’Himalaya.
Al mio risveglio successivo ero già in un luogo fin troppo conosciuto anche se solo nel recente periodo.
Per l’ennesima volta l’infermeria del Centro.