Quello che il mio occhio vede viene rielaborato e postato

Gli Dei ritornano – Puntata 112

In quei giorni al centro non avevo più la spinta di fare nulla, ma mancava così poco alla fine del mio “contratto” che non sentivo nemmeno lo stimolo di scappare sebbene lo avessi desiderato.
La spinta iniziale, il mistero e la mia voglia di fare e riscattarmi era svanita non appena mi resi conto che le cose non andavano come io avevo immaginato.
Credevo che da quella notte di ormai un anno prima in cui il mio vecchio mondo era crollato e uno nuovo magicamente si era materializzato, tutto sarebbe finalmente andato verso la “giusta” direzione.
Invece nulla era cambiato se non il mio volto e le persone che mi stavano attorno.
Ritornavo a sentire quell’alone che mi circondava e che aveva caratterizzato tutti i miei rapporti sociali degli anni precedenti, mi sentivo solo, usato e tenuto in scarsa considerazione.
Dig non si faceva vedere quasi più, gli altri ragazzi erano molto presi dai loro studi e il mio unico divertimento era prendere in giro lo psicologo alterando stati emotivi, storie e situazioni.
Dovevo andare dallo psicologo tutti santi giorni e dovevo pure fare una serie di test medici che mi portavano via circa 2 ore al giorno.
Le lezioni o esercitazioni erano sempre più noiose e senza mordente, praticamente non mi si insegnava nulla di nuovo e si cercava soltanto di mantenere il livello raggiunto o di farmi raggiungere inutili perfezioni.
Non accadeva nulla di nuovo, la gente parlava spesso come se io non ci fossi oppure bisbigliava, non mi sentivo proprio più a mio agio e non vedevo l’ora che tutto finisse, dove sarei potuto andare dopo?
Quella era una domanda che mi perseguitava, i giorni passavano e io non trovavo risposta, non avevo fine o scopo da seguire, ero una delle persone più capaci, ma restavo ugualmente inutile.
A casa nessuno avrebbe saputo riconoscermi e tornare alla vita precedente sarebbe stato impossibile, non trovavo nulla di interessante che avrebbe potuto caratterizzarmi dopo il centro e nemmeno la notte mi portava consiglio.
Ecco il punto veramente dolente di quel periodo, le mie notti erano peggio delle giornate, avevo quasi terrore di quello che sarebbe potuto accadermi.
I miei sogni erano diventati sempre più tremendi e così reali da fare impressione e paura persino alla morte stessa.
Anche ora se ci ripenso riesco a ricordare quei sogni vividi e reali come fossero ricordi veri e vissuti.
La trama era più o meno sempre la stessa, anche se l’ambientazione e le persone potevano cambiare, si iniziava con me che insieme ad altri stavamo tranquilli da qualche parte a divertirci.
Qualcosa poi cambiava e il panico si diffondeva, ci trovavamo intrappolati il un palazzo, in una casa, o addirittura in una città, non riuscivamo a scappare e lentamente qualcosa iniziava a circondarci, poi ci raggiungeva e lì io ero sempre io l’ultimo a soccombere senza possibilità di riuscire a salvare ne me ne nessun altro.
Il problema però era capire a cosa si soccombeva.
Una volta i nemici potevano essere militari, la volta dopo spie oppure persino alieni o demoni, solo una cosa però li accomunava, quando era l’ora di vedersi faccia a faccia nello scontro diretto non li si riusciva a riconoscere, erano semplicemente come ombre nella luce intensa, indistinguibili, impalpabili.
Quelle sensazioni sbucavano dal sogno fino ad approdare nell’area delle sensazioni reali, costringendomi per la paura e stress ad un risveglio solitamente parziale e in un limbo in cui ero immobilizzato e inerme alle pressioni di presenze che non riuscivo a vedere.
Infatti potevo vedere tutti gli oggetti della mia stanza anche se non c’era un filo di luce e talvolta mi capitava di notare tenui puntini di luce rossastra che si muovevano o apparivano e scomparivano nella stanza, ma non riuscivo a inquadrare chi mi stava avvinghiando.
Potevo muovere solo la testa con gli occhi, la bocca si muoveva a fatica facendo uscire incomprensibili rantolii, le orecchi invece potevano sentire e distinguere voci invisibili che mi sussurravano parole solitamente incomprensibili o senza senso.
Il resto del corpo era intorpidito e le gambe come macigni non rispondevano, le braccia con le mani invece a fatica iniziavano a rispondere ai comandi.
Il panico era reale e fortissimo e controllarlo diventava ogni secondo sempre più difficile.
Infine la fatica e lo stress mi facevano ripiombare qualche istante in un ambiente più onirico per poi risvegliarmi bruscamente ansimante, sudato, disidratato, con forti fitte alla nuca e alla zona lombare e facendomi sentire come se avessi appena avuto uno scontro con Mohamed Ali.
Il resto della nottata sarebbe andato ovviamente a farsi benedire perché l’adrenalina e il mal di testa non facevano che tenermi sveglio a pensare a quello che mi era appena capitato aiutandomi a fissare ogni singolo evento nella mia memoria.
Qualcosa però stava arrivando per togliermi da quello stato di immobilità, indecisione e agitazione in cui ero entrato in quel periodo.
Come tutte le cose più importanti che ti cambiano veramente dentro però non me ne resi conto subito, anzi non gli diedi la minima importanza.